28/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Cinque bambini, ogni giorno, tentano di andare a scuola. Alcuni coloni lo impediscono
bambini palestinesiHebron. Saleh, Miriam, Yussef, Tarek e Safieh, ogni giorno, per andare a scuola fanno almeno cinque chilometri a piedi o a dorso d’asino. Come molti altri bambini che abitano quest’area detta South Hebron’s Hills. Un’area semidesertica abitata da decine di piccoli nuclei familiari sparsi tra le colline, a volte distanti chilometri tra loro, tutti composti da grotte millenarie in cui ci si ripara dall’estate arida e dall’inverno rigido.
 
Tutti pastori beduini e agricoltori che sopravvivono a stento. Capita di notare, a volte, segni di malnutrizione nei volti dei bimbi, come per esempio sul volto di Miriam, 7 anni. Miriam e i suoi amici andavano a scuola assieme, percorrendo 2 chilometri scarsi al giorno. Da alcuni mesi sono costretti a fare un giro lunghissimo, perché alcuni abitanti di un insediamento di coloni nazional-religiosi si appostano sul ciglio della strada che tradizionalmente i bambini percorrevano. Lo fanno per impedirgli di usarla.
 
Queste persone hanno minacciato spesso in passato i bambini, ordinandogli di non percorrere quella strada per andare a scuola e invocando per loro stessi l’esclusiva della percorribilità della via di comunicazione.
 
Legalmente quella via non è vietata a nessuno ed è praticabile, ma in pratica i coloni hanno imposto un regime di monopolio. Nessun altro che non sia un colono può passare di lì. Parliamo di una strada che collega alcuni centri abitati da beduini al paese più grande dell’area con la scuola statale che garantisce le prime sei classi scolastiche (per bambini dai 5 agli 11 anni).
 
Perché tutto questo? Perché annettere la terra rientra nella strategia dei coloni. I leader dei coloni individuano un obiettivo (per esempio una strada) e poi cominciano a creare problemi nella zona e a stabilirsi nella stessa.
 
Questa strategia viene utilizzata con l’aiuto del governo israeliano. In situazione come queste, l’esercito israeliano dovrebbe tutelare tutti gli abitanti dei Territori Occupati, ebrei e palestinesi, ma spesso interviene solo a favore dei coloni o non interviene affatto. Questo perché l’obiettivo di espansione dei coloni nazional-religiosi condivide la visione strategica dell’esercito, quella del controllo del territorio.
 
E anche perché spesso ci sono molti coloni tra le file stesse dell’esercito, particolarmente nei ranghi intermedi. La proporzione di ufficiali religiosi praticanti, molti dei quali residenti negli insediamenti, sfiora il 40 per cento del totale.
 
bulldozer all'operaSempre per quanto riguarda questa area a sud di Hebron, c’è un progetto del ministero della Difesa per evacuare tutti gli abitanti palestinesi (ma non certamente le colonie) al fine di realizzare una vasta zona per le esercitazioni militari che tra l’altro già si tengono a cadenza settimanale, a volte anche dentro i centri abitati. Il progetto di evacuazione dell’esercito coincide con la volontà dei coloni di essere gli unici abitanti della zona e così, anche l’attuale progetto del muro, prevede che l’area delle South Hebron’s Hills venga tagliata fuori dalla Cisgiordania e annessa di fatto a Israele.
 
Questa visione strategica sull’area è vecchia e evidente se si guarda al passato: nel 1985-86, i tre maggiori centri abitati della zona vennero completamente distrutti dai bulldozers dell’esercito con lo scopo di spingere la gente che vi risiedeva ad andarsene. Nel 1999, l’esercito distrusse nuovamente le case della zona ed evacua con la forza la popolazione civile. Le persone scacciate però, nel 2000, hanno fatto ricorso alla Corte Suprema d’Israele e ottenuto di poter continuare a vivere lì, anche se solo nelle grotte naturali, senza edificare immobili.
 
Negli stessi anni vengono però costruite molte colonie ebraiche. S’intensificano le violenze di coloni e a volte dell’esercito sulla popolazione civile palestinese. Non si registrano reazioni violente da parte di abitanti di quest’area, addirittura la tradizionale forma di lotta con il lancio di sassi, qui è completamente assente.
 
Questa situazione continua a tutt’oggi. Alla fine del settembre 2004, alcuni volontari italiani dell’Operazione Colomba- Corpo non violento di pace, insieme ad altri volontari nordamericani del Christian Peacemaker Teams (Cpt), hanno garantito una presenza stabile in quest’area al fine di monitorare ciò che avviene e per cercare possibili percorsi di convivenza pacifica.
 
Tra le loro attività c’è anche l’accompagnamento di Saleh, Miriam, Yussef Tarek e Safieh a scuola.
 
pacifistiIl 29 settembre del 2004, durante il loro lavoro, svolto assieme ai pacifisti israeliani del movimento Ta’ayush , 2 volontari del Cpt sono stati barbaramente aggrediti e malmenati. Il 9 ottobre 2004 lo stesso trattamento è stato riservato ad un volontario italiano dell’Operazione Colomba, ad una cooperante canadese del Cpt e alla responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente.
In altre occasioni, i pacifisti sono stati oggetto di un fitto lancio di sassi ad opera di alcune persone a volto coperto, provenienti dall’insediamento ebraico. Due bambini, durante uno di questi episodi, sono rimasti leggermente feriti.
 
In tutte le situazioni è sempre intervenuta la polizia per le indagini e l’esercito che si occupa della sicurezza nell’area. Ma erano sempre accompagnati da un colono armato o dalla sicurezza privata della colonia, che era anche l’unica parte ad essere veramente ascoltata.
 
Per tutelare Saleh, Miriam, Yussef, Tarek e Safieh, affinché possano andare a scuola senza correre rischi per la propria incolumità, vi preghiamo di aderire ad una petizione che trovate su: www.operazionecolomba.org oppure su www.unimondo.org nella sezione ‘appelli’.
 
Logan, volontario dell’Operazione Colomba- Corpo Nonviolento di Pace 

red

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