11/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Continua il dilemma sulla Corte Penale internazionale e l'incriminazione del sanguinario Joseph Kony
Joseph Kony, leader dei ribelli dell'Lra in UgandaIn un articolo uscito lo scorso 29 aprile sull’International Herald Tribune, Noah Weisbord, ricercatore presso la facoltà di legge dell’università di Harvard, espone la complessa questione etica e legale sulla quale inquirenti, attivisti per i diritti umani e membri della società civile in Uganda e all’estero stanno tentando di trovare una soluzione: l’incriminazione del leader ribelle nord-ugandese, Joseph Kony, presso la Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aia. Un dibattito tuttora in corso divide infatti chi pensa che per il sanguinario capo dei miliziani assassini del Lord's Resistance Army, dal 1986 latitante nella boscaglia tra il nord Uganda e il Sudan, debba scattare un mandato d'arresto internazionale e chi invece sostiene che la sua incriminazione da parte degli inquirenti della Cpi possa eliminare le possibilità di raggiungere un accordo di pace. E quindi che Joseph Kony esca volontariamente allo scoperto, mettendo fine ai massacri di cui finora è stato protagonista
 
Nord Uganda: vent’anni di sangue. Ripercorriamo brevemente la storia di Kony e della sua milizia, l’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra): da quasi due decenni, questo gruppo armato composto in gran parte da bambini rapiti nel corso degli anni nei villaggi e addestrati a uccidere, saccheggiare, torturare e violentare, semina il terrore nelle regioni settentrionali del Paese, dove vive la popolazione acholi. Joseph Kony, ne è il leader incontrastato, e guida i suoi combattenti contro la popolazione civile e l’esercito regolare ugandese, che risponde agli ordini del suo principale nemico, il presidente ugandese Yoweri Museveni. Il capo dell’Lra sostiene di essere guidato nelle sue imboscate contro chiunque gli capiti a tiro dallo Spirito Santo, che gli avrebbe ordinato più volte di attaccare le regioni del Paese controllate dal governo della capitale, Kampala. Anche se dimenticata e perlopiù sconosciuta, questa guerra ha i numeri di una catastrofe umanitaria: almeno 100mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, senza contare le migliaia di persone orrendamente mutilate, o violentate dai miliziani. Nonostante alcuni alti quadri dell’esercito di Kony siano stati arrestati, catturati o uccisi, e nonostante le ripetute dichiarazioni del governo ugandese, che dichiara di essere vicino alla cattura di Kony, finora il leader dell’Lra è sempre riuscito a fuggire, nascondendosi tra le aree all’estremo nord dell’Uganda e la boscaglia del Sudan meridionale.
Kampala ha adottato una doppia strategia, nel tentativo di fermare quello che tutti in Uganda definiscono un ‘terrorista sanguinario’: ha preso accordi con il Sudan per accerchiarlo e lanciato operazioni militari da un lato, attivando dall’altro alcuni mediatori e negoziatori che cercassero di convincere Kony a firmare un accordo di pace. Ma il leader dei ribelli è sfuggito al bastone e ha rifiutato la carota, svilendo ogni tentativo di fermarlo.
 
Un villaggio devastato da un'incursione dell'LraChe fare? Da tempo gli inquirenti della giovane Corte Penale Internazionale stanno decidendo se aprire o meno un procedimento penale contro Joseph Kony. Per quanto sembri scontata, l’apertura di un’inchiesta contro Kony potrebbe a sua volta minare i già claudicanti tentativi di dialogo tra il leader dei ribelli e i portavoce del governo. Gli incontri tra le parti sembrano essersi intensificati negli ultimi anni, rivelando una maggiore apertura di Kony e la pur remota possibilità di trovare un compromesso che metta fine alle atrocità. Il visionario leader dell’Lra ha fatto sapere all’inviata del governo ugandese, la negoziatrice Betty Bigombe, di essere pronto a negoziare un cessate il fuoco. Ma finora non è stato credibile. Le incursioni assassine dei suoi uomini continuano: l’ultima è avvenuta la settimana scorsa, quando venti persone sono state massacrate nei pressi della cittadina settentrionale di Gulu. Un chiaro segno che le basi per la pace non ci sono ancora.
Finora molti degli ex ribelli che combattevano al suo fianco e sono stati catturati dall’esercito ugandese sono stati messi in libertà, seguendo un principio di riconciliazione di cui è già stato testimone il Sudafrica dopo la caduta dell’Apartheid. Per Kony il discorso è diverso: secondo alcuni, l’apertura di un fascicolo su di lui presso la Corte Penale Internazionale potrebbe indurlo a ritrattare e a rifiutare il dialogo per paura di finire dietro alle sbarre. A quel punto resterebbe solo l’opzione militare per la fine della guerra. Per altri, invece, la prolungata attesa del procuratore della Cpi, Luis Moreno-Ocampo, rischia di creare un pericoloso precedente, che può favorire tutti coloro che si sono macchiati di crimini contro l’umanità. E forse la paura costringerebbe Kony ad uscire allo scoperto. “E’ una questione complessa, sulla quale non siamo ancora in grado di fornire informazioni o dettagli”, fanno sapere lapidari dagli uffici del Cpi. E’ probabile che si debba attendere ancora. Ma quanto a lungo? E a che prezzo?
 

Pablo Trincia

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