Continua il dilemma sulla Corte Penale internazionale e l'incriminazione del sanguinario Joseph Kony

In un articolo uscito lo scorso 29 aprile sull’
International Herald Tribune, Noah Weisbord, ricercatore presso la facoltà di legge dell’università di Harvard,
espone la complessa questione etica e legale sulla quale inquirenti, attivisti
per i diritti umani e membri della società civile in Uganda e all’estero stanno
tentando di trovare una soluzione: l’incriminazione del leader ribelle nord-ugandese,
Joseph Kony, presso la Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aia. Un dibattito
tuttora in corso divide infatti chi pensa che per il sanguinario capo dei miliziani
assassini del
Lord's Resistance Army, dal 1986 latitante nella boscaglia tra il nord Uganda e il Sudan, debba scattare
un mandato d'arresto internazionale e chi invece sostiene che la sua incriminazione
da parte degli inquirenti della Cpi possa eliminare le possibilità di raggiungere
un accordo di pace. E quindi che Joseph Kony esca volontariamente allo scoperto,
mettendo fine ai massacri di cui finora è stato protagonista
Nord Uganda: vent’anni di sangue. Ripercorriamo brevemente la storia di Kony e della sua milizia, l’Esercito di
Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra): da quasi due decenni, questo gruppo armato composto in gran parte da bambini
rapiti nel corso degli anni nei villaggi e addestrati a uccidere, saccheggiare,
torturare e violentare, semina il terrore nelle regioni settentrionali del Paese,
dove vive la popolazione acholi. Joseph Kony, ne è il leader incontrastato, e guida i suoi combattenti contro
la popolazione civile e l’esercito regolare ugandese, che risponde agli ordini
del suo principale nemico, il presidente ugandese Yoweri Museveni. Il capo dell’Lra
sostiene di essere guidato nelle sue imboscate contro chiunque gli capiti a tiro
dallo Spirito Santo, che gli avrebbe ordinato più volte di attaccare le regioni
del Paese controllate dal governo della capitale, Kampala. Anche se dimenticata
e perlopiù sconosciuta, questa guerra ha i numeri di una catastrofe umanitaria:
almeno 100mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, senza contare le migliaia
di persone orrendamente mutilate, o violentate dai miliziani. Nonostante alcuni
alti quadri dell’esercito di Kony siano stati arrestati, catturati o uccisi,
e nonostante le ripetute dichiarazioni del governo ugandese, che dichiara di essere
vicino alla cattura di Kony, finora il leader dell’Lra è sempre riuscito a fuggire,
nascondendosi tra le aree all’estremo nord dell’Uganda e la boscaglia del Sudan
meridionale.
Kampala ha adottato una doppia strategia, nel tentativo di fermare quello che
tutti in Uganda definiscono un ‘terrorista sanguinario’: ha preso accordi con
il Sudan per accerchiarlo e lanciato operazioni militari da un lato, attivando
dall’altro alcuni mediatori e negoziatori che cercassero di convincere Kony a
firmare un accordo di pace. Ma il leader dei ribelli è sfuggito al bastone e ha
rifiutato
la carota, svilendo ogni tentativo di fermarlo.
Che fare? Da tempo gli inquirenti della giovane Corte Penale Internazionale stanno decidendo
se aprire o meno un procedimento penale contro Joseph Kony. Per quanto sembri
scontata, l’apertura di un’inchiesta contro Kony potrebbe a sua volta minare i
già claudicanti tentativi di dialogo tra il leader dei ribelli e i portavoce del
governo. Gli incontri tra le parti sembrano essersi intensificati negli ultimi
anni, rivelando una maggiore apertura di Kony e la pur remota possibilità di trovare
un compromesso che metta fine alle atrocità. Il visionario leader dell’Lra ha
fatto sapere all’inviata del governo ugandese, la negoziatrice Betty Bigombe,
di essere pronto a negoziare un cessate il fuoco. Ma finora non è stato credibile.
Le incursioni assassine dei suoi uomini continuano: l’ultima è avvenuta la settimana
scorsa, quando venti persone sono state massacrate nei pressi della cittadina
settentrionale di Gulu. Un chiaro segno che le basi per la pace non ci sono ancora.
Finora molti degli ex ribelli che combattevano al suo fianco e sono stati catturati
dall’esercito ugandese sono stati messi in libertà, seguendo un principio di riconciliazione
di cui è già stato testimone il Sudafrica dopo la caduta dell’Apartheid. Per Kony il discorso è diverso: secondo alcuni, l’apertura di un fascicolo
su di lui presso la Corte Penale Internazionale potrebbe indurlo a ritrattare
e a rifiutare il dialogo per paura di finire dietro alle sbarre. A quel punto
resterebbe solo l’opzione militare per la fine della guerra. Per altri, invece,
la prolungata attesa del procuratore della Cpi, Luis Moreno-Ocampo, rischia di
creare un pericoloso precedente, che può favorire tutti coloro che si sono macchiati
di crimini contro l’umanità. E forse la paura costringerebbe Kony ad uscire allo
scoperto. “E’ una questione complessa, sulla quale non siamo ancora in grado di
fornire informazioni o dettagli”, fanno sapere lapidari dagli uffici del Cpi.
E’ probabile che si debba attendere ancora. Ma quanto a lungo? E a che prezzo?