11/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A due anni dal caso Kazemi, una timida autocritica
Scritto per noi da
Paola Rivetti
  L'Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahdouri
Le critiche più severe alla brutalità del sistema giudiziario iraniano arrivano dal capo della magistratura di Teheran, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, il quale la settimana scorsa ha accusato la polizia di utilizzare "metodi alla Abu Ghraib" per estorcere confessioni. Ma Shahroudi è protagonista di un attacco senza precedenti alle forze dell’ordine: ha criticato infatti anche l'eccessivo zelo col quale fanno rispettare i rigidi dettami sull’abbigliamento islamico, soprattutto alle donne, e ha annullato una confessione non fatta di fronte a un giudice. Ha raccontato di sacchetti sulla testa, interrogatori estenuanti, violazioni dei diritti umani. Le sue dichiarazioni lo trasformano in un  vero e proprio “apripista” dell’autocritica istituzionale, oltre che in un valido interlocutore per tutti coloro che sono impegnati nella difesa dei diritti dei cittadini. Le autorità iraniane, infatti, hanno sempre negato qualsiasi tipo di coinvolgimento in inchieste condotte con metodi poco ortodossi. L’ultimo episodio è quello della morte della fotografa iraniano-canadese Zahra Kazemi,  che ha trovato la morte in seguito ad un’emorragia celebrale, dopo essere stata posta sotto arresto per quattro giorni.
 
Un'opera di Zahra KazemiLe dichiarazioni. “Non è uno scherzo arrestare e colpire la dignità e la reputazione delle persone”, ha dichiarato Shahroudi alla stampa, e ha rincarato la dose sostenendo “la necessità di una profonda riforma del sistema giudiziario, diventato corrotto e debole”. Shahroudi sembra avere nel mirino l’ex capo della polizia di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf, tuttora candidato alle presidenziali del prossimo 17 giugno. Qalibaf dal canto suo non è nuovo ad accuse di violenza. Le ultime in ordine di tempo riguardavano la repressione brutale dei movimenti democratici, delle manifestazioni studentesche che hanno colorato le strade di Teheran nel 2003, e la censura della stampa. Per questo frasi come “non bisogna lasciare carta bianca alla polizia”, dirette a Qalibaf sono però rivoluzionarie, anche se sono poste nell’ottica di difendere l’onore patrio poiché “gli eccessi possono essere sfruttati dai nemici stranieri e dall’opposizione controrivoluzionaria”. Shahroudi è il successore di Said Mortazavi, colui che ordinò l’arresto e seguì il caso della fotografa Zahra Kazemi, accusata di aver ripreso immagini in luoghi ai quali non le era consentito l'accesso. In particolare,  le furono imputati gli scatti di una dimostrazione davanti al carcere di Evin, la prigione dei detenuti politici e dei dissidenti, organizzata dai parenti degli incarcerati contro le condizioni di detenzione. Fu accusata di essere una spia al soldo delle potenze straniere. Era il 23 di giugno del 2004 quando anche lei entrò in quello stesso carcere.
 
La fotoreporter Zahra Kazemi
Il caso Kazemi e il giudiziario. La morte di Zahra Kazemi è stata diagnosticata il quarto giorno della detenzione, quando fu portata nell’ospedale di Baghiatullah, a Teheran, a causa di una grave emorragia celebrale. Il dottore che la accolse e che per primo esaminò le sue condizioni a pochissimo tempo dal decesso celebrale, fu Shahram A’zam, attualmente esiliato politico in Canada, il 27 di giugno. Alla fotografa fu sottratto il supporto vitale delle apparecchiature mediche l’11 di luglio. Il rapporto stilato dalle autorità iraniane, su richiesta del ministro degli Esteri canadese, definiva il decesso “naturale”, dovuto all’emorragia sviluppatasi per cause “estranee alla detenzione”. La richiesta del corpo avanzata dalla famiglia in Canada fu negata e Zahra fu sepolta a Shiraz, nel sud dell’Iran. Il caso innescò nel paese dei meccanismi di guerra intestina all’interno della classe politica. Si fronteggiavano i conservatori e i riformisti, i quali riuscirono a costituire una commissione parlamentare investigativa con la benedizione del presidente della Repubblica Mohammad Kahtami. Ci fu anche un processo, che scagionò tutti gli imputati eccellenti. Nemmeno le dichiarazioni del dottor A’zam riuscirono a cambiare la sentenza: nonostante si parli di "tracce di uno stupro brutale, di contusioni e di torture selvagge", nel documento si legge anche che fu “la testa della signora Kazemi a urtare un oggetto o fu un oggetto a urtare la sua testa”. Questa sentenza non fece che confermare il sospetto di ogni cittadino iraniano, e peggio, colpì ulteriormente la già vacillante fiducia popolare nella credibilità delle istituzioni. Oggi le parole del capo della magistratura della capitale incoraggiano la speranza, in un clima di incertezza dovuto all’avvicinarsi delle elezioni, ma non illudono nessuno. Tutto dipenderà, in effetti, dall’esito della corsa elettorale e dalla configurazione che assumeranno gli equilibri istituzionali dopo il 17 giugno.
 
Categoria: Diritti, Tortura, Media
Luogo: Iran
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