Scritto per noi da
Paola Rivetti

Le critiche più severe alla brutalità del sistema giudiziario iraniano arrivano dal
capo della magistratura di Teheran, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, il
quale la settimana scorsa ha accusato la polizia di utilizzare "metodi alla Abu
Ghraib" per estorcere confessioni. Ma Shahroudi è protagonista di un attacco senza
precedenti alle forze dell’ordine: ha criticato infatti anche l'eccessivo zelo
col quale fanno rispettare i rigidi dettami sull’abbigliamento islamico, soprattutto
alle donne, e ha annullato una confessione non fatta di fronte a un giudice. Ha
raccontato di sacchetti sulla testa, interrogatori estenuanti, violazioni dei
diritti umani. Le sue dichiarazioni lo trasformano in un vero e proprio “apripista”
dell’autocritica istituzionale, oltre che in un valido interlocutore per tutti
coloro che sono impegnati nella difesa dei diritti dei cittadini. Le autorità
iraniane, infatti, hanno sempre negato qualsiasi tipo di coinvolgimento in inchieste
condotte con metodi poco ortodossi. L’ultimo episodio è quello della morte della
fotografa iraniano-canadese Zahra Kazemi, che ha trovato la morte in seguito
ad un’emorragia celebrale, dopo essere stata posta sotto arresto per quattro giorni.
Le dichiarazioni. “Non è uno scherzo arrestare e colpire la dignità e la reputazione delle persone”,
ha dichiarato Shahroudi alla stampa, e ha rincarato la dose sostenendo “la necessità
di una profonda riforma del sistema giudiziario, diventato corrotto e debole”.
Shahroudi sembra avere nel mirino l’ex capo della polizia di Teheran, Mohammad
Baqer Qalibaf, tuttora candidato alle presidenziali del prossimo 17 giugno. Qalibaf
dal canto suo non è nuovo ad accuse di violenza. Le ultime in ordine di tempo
riguardavano la repressione brutale dei movimenti democratici, delle manifestazioni
studentesche che hanno colorato le strade di Teheran nel 2003, e la censura della
stampa. Per questo frasi come “non bisogna lasciare carta bianca alla polizia”,
dirette a Qalibaf sono però rivoluzionarie, anche se sono poste nell’ottica di
difendere l’onore patrio poiché “gli eccessi possono essere sfruttati dai nemici
stranieri e dall’opposizione controrivoluzionaria”. Shahroudi è il successore
di Said Mortazavi, colui che ordinò l’arresto e seguì il caso della fotografa
Zahra Kazemi, accusata di aver ripreso immagini in luoghi ai quali non le era
consentito l'accesso. In particolare, le furono imputati gli scatti di una dimostrazione
davanti al carcere di Evin, la prigione dei detenuti politici e dei dissidenti,
organizzata dai parenti degli incarcerati contro le condizioni di detenzione.
Fu accusata di essere una spia al soldo delle potenze straniere. Era il 23 di
giugno del 2004 quando anche lei entrò in quello stesso carcere.
Il caso Kazemi e il giudiziario. La morte di Zahra Kazemi è stata diagnosticata il quarto giorno della detenzione, quando
fu portata nell’ospedale di Baghiatullah, a Teheran, a causa di una grave emorragia
celebrale. Il dottore che la accolse e che per primo esaminò le sue condizioni
a pochissimo tempo dal decesso celebrale, fu Shahram A’zam, attualmente esiliato
politico in Canada, il 27 di giugno. Alla fotografa fu sottratto il supporto vitale
delle apparecchiature mediche l’11 di luglio. Il rapporto stilato dalle autorità
iraniane, su richiesta del ministro degli Esteri canadese, definiva il decesso
“naturale”, dovuto all’emorragia sviluppatasi per cause “estranee alla detenzione”.
La richiesta del corpo avanzata dalla famiglia in Canada fu negata e Zahra fu
sepolta a Shiraz, nel sud dell’Iran. Il caso innescò nel paese dei meccanismi
di guerra intestina all’interno della classe politica. Si fronteggiavano i conservatori
e i riformisti, i quali riuscirono a costituire una commissione parlamentare investigativa
con la benedizione del presidente della Repubblica Mohammad Kahtami. Ci fu anche
un processo, che scagionò tutti gli imputati eccellenti. Nemmeno le dichiarazioni
del dottor A’zam riuscirono a cambiare la sentenza: nonostante si parli di "tracce
di uno stupro brutale, di contusioni e di torture selvagge", nel documento si
legge anche che fu “la testa della signora Kazemi a urtare un oggetto o fu un
oggetto a urtare la sua testa”. Questa sentenza non fece che confermare il sospetto
di ogni cittadino iraniano, e peggio, colpì ulteriormente la già vacillante fiducia
popolare nella credibilità delle istituzioni. Oggi le parole del capo della magistratura
della capitale incoraggiano la speranza, in un clima di incertezza dovuto all’avvicinarsi
delle elezioni, ma non illudono nessuno. Tutto dipenderà, in effetti, dall’esito
della corsa elettorale e dalla configurazione che assumeranno gli equilibri istituzionali
dopo il 17 giugno.