La Cap Anamur salva profughi al largo delle coste libiche e nasce un caso internazionale
Il 20 giugno scorso, la nave Cap Anamur, di
proprietà dell'omonima organizzazione umanitaria tedesca con base a
Colonia, salvava trentasette profughi di origine africana che si
trovavano su un gommone in panne in acque internazionali non lontano
dalla Libia. Tutti uomini, i naufraghi, raccontavano di venire dal
Darfur, nel Sudan occidentale, e di essere fuggiti dagli orrori di una
guerra che ha tolto loro tutto quello che avevano. Avrebbero seguito il
flusso migratorio proveniente dall’Africa sub-sahariana, attraversando
il deserto con mezzi di fortuna o a piedi, per poi arrivare in Libia e
salire su un gommone diretto verso la Sicilia.
Tuttavia - riferiscono
dalla nave - la Capitaneria di Porto Empedocle ha negato l’accesso in
acque italiane alla Cap Anamur. Alla base del 'no' da parte delle
autorità italiane ci sarebbe il comportamento poco chiaro dei membri
dell'organizzazione umanitaria tedesca, che avrebbe salvato i profughi
il 20 giugno scorso, chiedendo solo 11 giorni dopo (l'1 luglio) di
entrare nelle acque territoriali italiane.
"Siamo pronti a spiegare
tutto", dice Elias Birdel, coordinatore dell'organizzazione che si
trova sulla nave assieme ai profughi. "Prima di trovare i profughi
stavamo facendo un check-up tecnico della nave vicino Malta. Dovevamo
fare un rodaggio del motore e non potevamo fermarci. Ma eravamo
determinati a portare i rifugiati in Italia, dove erano diretti.
Volevamo attraccare a Lampedusa, ma il porto è troppo piccolo per la
nostra nave. Per questo abbiamo deciso di dirigerci verso Porto
Empedocle. Abbiamo chiesto al governo italiano di lasciarci entrare per
far sbarcare questi profughi in Italia e dar loro assistenza. Ma
l'accesso ci è stato negato. Il nostro ritardo non è stato capito".
Il
comandante della capitaneria di Porto Empedocle nega di aver avuto
alcun contatto con la Cap Anamur: "Non hanno richiesto né aiuto né di
poter entrare in porto. Non li abbiamo proprio sentiti", ha detto a
Emilia Tornatore, volontaria di Emergency e del Coordinameto Rete Asilo
di Palermo. La donna racconta di aver insistito per avere informazioni
sulla salute dei profughi e di essersi sentita rispondere, dallo stesso
comandante: "stanno tutti bene, ve lo posso assicurare. A meno che il
capitano della Cap Anamur non mi abbia mentito un'altra volta, è lui
che mi ha detto che stanno bene, a parte i traumi subiti" dimostrando
così di aver parlato - eccome - con l'equipaggio della nave.
"La situazione è sotto il controllo delle autorità locali preposte - ha
dichiarato la dottoressa Belinda Boccia, del ministero dell'Interno -
se ci fossero emergenze, i soccorsi saranno portati immediatamente.
Questa vicenda è sotto un coordinamento formato da capitaneria, polizia
di frontiera e prefettura, sotto la regia del ministero dell'Interno".
“I 37 rifugiati stanno bene", assicura a PeaceReporter Elias Birdel
dalla Cap Anamur, "ma dicono di essere disposti a suicidarsi, pur di
non essere rimpatriati. Sono sotto shock. Siamo intenzionati ad entrare
in acque italiane, ma solo se ci verrà garantita l'assistenza di un
avvocato o di un'organizzazione umanitaria che si occupi dei naufraghi.
Le autorità ci hanno avvisati di non entrare in acque italiane fino a
quando la questione non sarà chiarita. Nel frattempo due motovedette
della guardia costiera ci stanno osservando da qualche ora. Ci siamo
ritirati di qualche miglio per non rischiare di superare
involontariamente la frontiera. Tuttavia è bene precisare che le nostre
provviste d'acqua potabile potrebbero venir meno nelle prossime ore. I
profughi hanno bisogno di un medico e di un avvocato, che spieghi loro
cosa devono fare".
La sua richiesta è stata ascoltata da Emergency –
Sicilia e dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) che ha inviato
dei rappresentanti a Porto Empedocle. Sono loro, assieme a un team di
avvocati, a fare da intermediari tra la nave e le autorità portuali. I
profughi dicono di provenire da uno degli angoli più remoti e
dimenticati della terra: il Darfur, nel Sudan occidentale, dove da un
anno e mezzo giungono notizie di massacri di cui sono vittime le
popolazioni nere Fur, Zaghawa e Massalit ad opera delle truppe
filo-governative della janjaweed. Il fatto rischia di trasformarsi in
un caso internazionale. Ad attendere i naufraghi sulla costa c'è il
difficile e complesso iter burocratico a cui si deve sottoporre chi
richiede asilo sul nostro territorio.
“Accade molto spesso che le
autorità italiane decretino l’espulsione prima ancora che i profughi
possano fare richiesta di asilo”, sottolinea Emilia Tornatore. “Questo
ostacola non poco i richiedenti, che vengono alloggiati nei centri di
permanenza temporanea (cpt), in attesa di dimostrare che l’espulsione è
stato un errore burocratico e che ci sono elementi sufficienti per
essere ufficialmente riconosciuti profughi. Ma è un’operazione
difficile. Così com’è difficile accertare l’identità e la provenienza
dei rifugiati”.
Solo chi proviene da determinati paesi e da determinate situazioni di
crisi ha diritto all’asilo politico, che è basato sui principi che
regolano la Convenzione di Ginevra. Se coloro che provengono da zone
dove si combatte una guerra, dimostrano di essere stati personalmente
perseguitati per motivi politici, etnici o religiosi, hanno sicuramente
più possibilità di ottenere lo status di rifugiati. Ma per chi è “solo”
scappato da fame e miseria non ci sono attenuanti.
”Proprio questa discriminante – continua Emilia – fa sì che, non di
rado, un iraniano dichiari di essere iracheno, o che un congolese
affermi di venire dal Burundi, e così via. Ma l’identificazione è solo
uno dei problemi che i rifugiati e chi li assiste incontra. La lingua è
un altro grande ostacolo. Tanti tra coloro che sbarcano ogni giorno
sulle nostre coste non parlano che la lingua locale, complicando di
fatto qualsiasi tentativo di comunicare e di ricevere informazioni”.
Centinaia di persone si trovano oggi nei cpt siciliani, in attesa che
qualcuno si occupi del loro caso. Questi centri sono nati nel 1998 come
previsto dalla legge Turco-Napolitano. Per operatori umanitari e
giornalisti è molto difficile accedervi. Ma chi c’è stato racconta di
strutture fatiscenti, a volte prive anche dei servizi di base. Da
Palermo, Giorgio Bisagna, avvocato esperto in diritti dei rifugiati,
commenta: “Qui in Sicilia è una prassi che le autorità sanciscano
l’espulsione dei profughi, costringendoli a soggiorni forzati nei
centri di permanenza temporanea. Questi luoghi sono di fatto centri di
detenzione disposti da un’autorità amministrativa per fatti che non
sono ritenuti socialmente pericolosi. Non sono una semplice formalità,
come li si definisce. Chi vi entra è privato delle proprie libertà
personali".
L’attesa per una richiesta d’asilo in Italia può essere
lunga. A volte c’è da aspettare fino a due anni, prima di avere una
risposta. Nel frattempo, il richiedente può stare in Italia e ha
diritto all’assistenza sanitaria. Ma non può lavorare. E questo
complica la sua posizione, in un Paese che non conosce e in cui
potrebbe non avere nessuno a cui rivolgersi. Tuttavia, per chi arriva
dalla guerra, dalla fame o dalla persecuzione, in Africa come in Asia,
questa condizione precaria è l’unica speranza di sopravvivenza.
“Non siamo criminali o trafficanti, ma operatori umanitari. Questi
disperati chiedono soltanto di essere trattati come persone”, è
l’appello dalla Cap Anamur di Elias Bierdel. “Da una settimana si
ritrovano tutte le sere nella stiva per mangiare insieme e pregare.
Sono cristiani e musulmani. E alle spalle hanno storie di sofferenza.
Quando ci si trova in una situazione di emergenza non si bada a certe
differenze. Il loro problema non riguarda solo l'Italia o la Germania,
ma l'intera Europa. Come cittadino europeo non tollero che la nostra
comunità lasci morire migliaia di disperati nel Mediterraneo ogni anno.
Le cose devono cambiare. Dobbiamo aprirci ai Paesi in cui la gente
soffre e aiutarli concretamente. Se attraversano deserti e mari per
venire da noi un motivo c'è. E i nostri governi hanno il dovere di
raccogliere il loro messaggio. Non di respingerlo".
Pablo Trincia