09/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un ragazzo fuggito dalla guerra cerca il futuro
Bambino"Avevo quindici anni quando sono stato arruolato. Era il 1999 e mi hanno portato vicino al confine con l’Etiopia per l’addestramento. La guerra era a qualche chilometro di distanza, ma per fortuna io lavoravo al chiosco della caserma. Poi un giorno i soldati di Addis Abeba hanno sfondato le nostre linee. Gli aerei hanno cominciato un bombardamento e noi siamo tutti fuggiti”.

Michel è un eritreo. Un bel sorriso dolce nel suo metro e sessanta di altezza. Sembra un adolescente, ma ha quasi vent’anni. L’italiano lo parla poco, preferisce l'inglese. La lingua dei colonizzatori la sapeva il nonno e l'usava quando era molto arrabbiato, così lui le imprecazioni le sa quasi tutte. Ricordi dell’Africa Orientale italiana.

Il cortiletto a Trastevere, il popolare quartiere di Roma, è pieno di persone. Vengono qui, dove la Comunità di Sant’Egidio ha un centro di assistenza.

Sono centinaia i profughi e ricevono un pezzo di formaggio, una scatola di pasta, marmellata, quello che si è riusciti a raccogliere con le donazioni.

“Un mio amico – dice Michel - è stato rispedito indietro dalla Svezia, la scorsa settimana. Avevamo fatto insieme la traversata verso l'Italia, ma lui voleva proseguire per il nord Europa. E’ rimasto a Stoccolma sei mesi. Gli hanno dato una casa, del denaro, cibo. Però le nuove leggi impongono agli immigrati di restare lì dove sono arrivati ed è dovuto rientrare. Quelli sono vent’anni avanti, ci aiutano per davvero, ci danno una opportunità vera. Qui siamo abbandonati a noi stessi. Da un anno aspetto lo status di rifugiato. La Commissione mi riceverà il 24 giugno, finalmente e dopo un anno. Saprò l’esito della mia domanda non prima di atri 40 giorni. Un tempo infinito, senza capire quale sarà il mio destino”.

Erythos vuol dire rosso ed è il nome del Paese, che confina con Sudan, Gibuti e Etiopia. Ha origine dal Mar Rosso, il quarto lato dell’Eritrea.

“Non volevo combattere – continua il ragazzo - volevo partire. Ho disertato e mi sono messo in cammino. Lungo il confine col Sudan i pastori sono le guide, ti fanno attraversare la frontiera. A me è andata bene, perché ne conoscevo uno e ha preso pochi soldi. Bisogna indossare una jalabia e far finta di essere sudanesi. Se l’esercito eritreo ti scopre non c’è processo. Ti uccidono lì, senza troppe discussioni. Poi vanno dalla tua famiglia. Si percorrono miglia e miglia a piedi, ma alla fine si è fuori, salvi”.

La fila di oltre 400 profughi di ogni parte del mondo, in ordine e silenzio, è passata dai viveri ai vestiti. Ognuno di loro ha un numero ed accedono in gruppi di tre o quattro a dei locali nei quali possono trovare giacche, gonne, pantaloni. Arriva l’estate e fa caldo. Entrano con cappotti, giacche di lana e abiti invernali, sudati e perplessi ed escono leggeri, con i nuovi indumenti. Sorridono soddisfatti, allegri, orgogliosi per le nuove cose che indossano.

Michel, contento nei suoi jeans un po’ lunghi, ha voglia di parlare, di essere ascoltato. E’ davvero giovane, cresciuto da solo, fuggito quasi bambino. E’ lontano da casa, non ha nessuno, se non gli amici trovati in troppi anni di fuga per la sua età.

“Mia madre - continua l'eritreo - la sento ogni tanto per telefono, ma è complicato e costoso. Lei è contenta per me, perché sono vivo. In Sudan sono rimasto due anni. Ho fatto tutto quello che potevo, dovevo trovare i soldi per pagare il viaggio dalla Libia all’Italia. Mille dollari in tutto. C’è anche a meno, ma è più pericoloso. Meno paghi, più fatiscente è l’imbarcazione e si può naufragare, morire. A tanti succede”.

Poi apre il suo sacchetto dei viveri, guarda con attenzione, rimesta e tira fuori un panino, avvolto in carta stagnola. “Lo vuoi, prendilo, io ho mangiato abbastanza per oggi. Davvero, è per te”.

È impossibile non volergli bene, non rimanere colpiti dalla sua generosità di povero, dall’espressione soddisfatta di chi può disporre oggi di un piccolo tesoro e regalare qualcosa.

Con la voce cantilenante, Michel continua il suo disordinato discorso: “Il mese scorso sono andato in Sicilia. Con altri abbiamo raccolto patate. Era faticoso, tutto il tempo piegati a scavare nella terra con le mani. Ci davano 40 euro al giorno. Un po’ di soldi per sopravvivere. Adesso, forse, vado vicino Napoli, per i pomodori. Pagano in un altro modo, sembra. A cassetta. Un tanto per quante ne riempi. Spero vada tutto bene, non si sa mai, ho solo questo foglio di permesso provvisorio, se poi mi prendono e mi mandano via?”.

I suoi vent’anni scompaiono in un momento. Piccolo e magro, coi pantaloni troppo lunghi, gli occhi spaventati e neri, il sorriso limpido e ingenuo sembra un bambino adesso.

Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, gli inglesi hanno mantenuto il protettorato dell’Onu in Eritrea fino al 1952. Poi il Paese fu annesso all’Etiopia. Dal 1961 è cominciato un conflitto che ancora non ha del tutto trovato soluzione. Gli eritrei hanno riottenuto l’indipendenza nel 1991, ma la guerra per i confini è continuata fino al trattato di pace, firmato ad Algeri nel 2000. I morti sono stati migliaia. Ancora oggi non è chiaro quale sia la linea di frontiera e il numero reale delle vittime. Qualcuno l’ha chiamata la guerra dei sassi. Perché il territorio conteso non nasconde ricchezze o risorse naturali, non contiene nulla.

Si sa che le mine antiuomo ancora attive sono un milione e mezzo, tre milioni gli ordigni inesplosi. I villaggi sono ancora distrutti, le infrastrutture devastate. Dalla proclamazione dell’indipendenza non ci sono state elezioni, la costituzione approvata nel 1997 è inapplicata.

Il servizio militare dovrebbe durare tre anni, ma viene prolungato senza preavviso e la metà delle famiglie eritree sono sostenute dalle donne. Gli uomini che non sono morti in guerra sono ancora arruolati, oppure fuggiti per evitare di dover combattere.

Arriva il tramonto e Michel deve andare: “Torni la prossima settimana? Io dormo qui vicino, la Comunità mi ha dato un letto, sto anche andando a scuola per imparare l’italiano”. A presto giovane uomo.

Roberto Bàrbera 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Eritrea