27/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il soft power di Pechino si diffonde attraverso l'"armonia" ambientale

Sull'onda degli investimenti si esportano anche buone intenzioni. O, vista con cinismo, sulle ali della colonizzazione economica vola anche il "soft power".
Comunque la si veda, il punto è che la Cina adesso non esporta solo business, industrie, capitali, ma anche Ong. E con esse, valori.

Può apparire paradossale parlare di "organizzazioni non governative" cinesi, e di sicuro nulla sfugge al controllo delle autorità di Pechino.
A marzo, è stato per esempio stabilito che prima di prendere soldi dall'estero, le Ong cinesi devono sottoporre il finanziamento a un'autenticazione interna. Le nuove norme hanno praticamente reso impossibile la vita di qualsiasi Ong senza il beneplacito governativo.
Di fatto, esistono per Pechino Ong "buone" e Ong "cattive" o quanto meno sospette: le prime sono per esempio quelle che si occupano di ambiente; le seconde sono quelle scomode, spesso finanziate dall'estero, che trattano di diritti umani o di temi politicamente sensibili come l'Aids. 

Global Environmental Institute (Gei) è una Ong "buona". Si interessa soprattutto ai danni ecologici delle imprese cinesi all'estero. Di recente ha pubblicato un rapporto - "Le politiche ambientali nell'investimento cinese all'estero" - che suggerisce al governo di Pechino alcune regole da imporre a chi opera oltre confine.

Secondo lo studio, le imprese cinesi all'estero si dedicano soprattutto all'estrazione di materie prime e alle manifatture semplici, entrambi settori ad alto impatto ambientale. Si tratta inoltre quasi sempre di società a responsabilità limitata, non quotate in borsa, non tenute quindi a fare rapporti periodici dettagliati sulle proprie attività a uso degli azionisti e degli organismi di vigilanza.
Questo fa sì che, nel nome del business rapido e a tutti i costi, tralascino le ricadute sul territorio dei propri progetti.
Gei suggerisce perciò al governo di imporre a queste imprese una cooperazione con Ong cinesi che, in qualche modo, dovrebbero mitigare questo impatto.

E' la stessa Gei a mostrare come. In Laos, sta lavorando al progetto Nam Ngum 5. E' una diga in joint-venture tra la cinese Sinohydro ed Electricite du Laos, che sta 350 chilometri a nord della capitale Vientiane. Dovrebbe sommergere i villaggi della zona e La Ong è lì per studiare forme alternative di sussistenza per la popolazione.
Nel complesso, Gei opera quindi nella promozione dello sviluppo sostenibile e nella diversificazione delle fonti di reddito per le comunità locali.
Ci sono altri esempi, come Green Watershed - che con altre otto Ong ha studiato le ricadute ambientali dei finanziamenti concessi da alcune grandi banche cinesi - e Minjian International, che cerca di suscitare la sensibilità del mondo intellettuale su questi temi.

Ong come queste non si oppongono al mercato, vi si affiancano. Dove passa il capitale in forma distruttiva, ripassano poi loro a raccogliere i cocci.
Per il governo queste organizzazioni sono "buone" nel senso che da un lato svolgono effettivamente una funzione riparatrice, dall'altro diffondono anche una cultura della sostenibilità tra i manager che operano all'estero.

Non solo: rappresentano l'avanguardia del "soft power" che Pechino vuole esercitare oltre confine: sono un'arma politica in un mondo che la Cina continua a ritenere dominato dai media occidentali.
Come osserva sul New York Times Daniel A. Bell, professore di filosofia politica all'università Tsinghua e noto esperto di confucianesimo, il sistema di valori della Cina verte sul binomio meritocrazia-armonia. Se il mercato e il nuovo corso del Partito comunista - in cui fanno carriera tecnici e studenti meritevoli - esportano meritocrazia, le Ong possono esportare armonia, la parola d'ordine della leadership di Hu jintao.

Gabriele Battaglia

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