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L’avevano data per sconfitta, “un fenomeno in via di esaurimento”. Al
contrario, la resistenza armata dei talebani sembra essere sempre più
forte e ben organizzata. La frequenza, gli obiettivi e la diffusione
sul territorio delle azioni di guerriglia delle ultime settimane
dimostrano che i talebani, a tre anni dalla fine della guerra, non si
sono ancora arresi. Anzi, appaiono determinati a destabilizzare il
Paese in vista delle elezioni afgane, previste tra soli quattro mesi.
Una situazione che Washington non si può permettere di trascurare e che
a quanto pare ha deciso di contrastare con tutti i mezzi che ha, sia
militari che politici. All’unico scopo di garantire la sopravvivenza
politica di Karzai e del suo governo. Lo stesso governo domenica ha
ufficialmente dato il via libera alla presenza militare permanente
degli Stati Uniti in Afghanistan.
Strategia militare più aggressiva. Domenica 8 maggio, un
gruppo di marines stava perlustrando delle grotte sulle montagne della
provincia di Laghman, poco a est di Kabul. Dentro una di queste caverne
erano nascosti una ventina di talebani che hanno aperto il fuoco
uccidendo due soldati statunitensi. E’ scoppiata una violenta battaglia
terminata solo dopo cinque ore con l’intervento dell’aviazione Usa, che
ha bombardato le grotte uccidendo almeno 23 guerriglieri. Mercoledì
scorso un’altra ventina di talebani erano stati uccisi in un altro
bombardamento aereo Usa avvenuto nella provincia di Kandahar dopo che i
ribelli avevano attaccato una pattuglia dell’esercito afgano provocando
nove morti. E il giorno prima addirittura 43 talebani erano morti sotto
le bombe Usa nella provincia di Zabul in seguito a un altro agguato
contro l’esercito afgano. Un così massiccio impiego dell’aviazione è
una novità nella strategia antiguerriglia delle forze americane in
Afghanistan, segnale evidente di un approccio militare più aggressivo
verso i talebani. Una novità coincisa con l’arrivo a Kabul del generale
Karl Eikenberry, che ha sostituito il generale David Barno al comando
delle forze Usa in Afghanistan.
E amnistia per tutti, anche al mullah Omar. Oltre che sul piano
militare, gli Usa sembrano intenzionati ad aumentare la pressione sui
talebani anche sul piano politico. Da mesi il governo Karzai, su
autorizzazione di Washington, sta trattando con alcuni esponenti
talebani offrendo loro impunità e posti al governo in cambio della
rinuncia alla lotta armata. Da questa offerta erano però sempre stati
esclusi i due leader della resistenza armata: il mullah Omar, capo
storico dei talebani, e Gulbuddin Hekmatyar, capo degli integralisti
afgani legati ad al-Qaeda. Domenica invece è arrivato il colpo di
scena. Sibghatullah Mojaddedi, capo della commissione governativa di
riconciliazione, ha dichiarato che anche loro due sono ora inclusi
nell’offerta. “Vogliamo la pace con tutti, senza eccezioni”, ha detto
Mojaddedi. Immediata la risposta del mullah Omar che oggi, per bocca
del suo portavoce Abdul Latif, ha rifiutato con sdegno la proposta di amnistia,
ribadendo la propria volontà di portare avanti la lotta armata. L'offerta di
Mojaddedi è stata letta da molti come
disperato tentativo del governo Karzai (e degli americani) di
convincere i talebani alla resa e di portarli dalla propria parte in
vista delle elezioni di settembre. Una proposta che non fa che
aumentare l’avversione verso Karzai di quella metà della popolazione
afgana non-pashtun (tagiki, uzbeki e hazara) che ha combattuto a fianco
degli Usa contro i talebani credendo che lo scopo di quella guerra
fosse la sconfitta dei fondamentalisti del mullah Omar e che invece ora
vede il governo Karzai trattare con ‘il nemico’ pur di rimanere al
potere.
Usa, ‘ospiti permanenti’ in Afghanistan. I veri motivi di quella guerra
(costata la vita ad almeno ventimila persone) e la vera natura del
governo di Hamid Karzai sono emersi chiaramente domenica nella Loya
Jirga che doveva approvare la proposta del presidente sul futuro
rapporto con gli Stati Uniti. In sostanza Karzai non ha fatto altro che
trasmettere all’assemblea la ‘richiesta’ che il Segretario di Stato Usa
Donald Rumsfeld gli aveva fatto nella sua visita a Kabul in aprile:
mantenere per sempre la presenza militare Usa in Afghanistan. Richiesta
motivata, nelle parole del senatore americano John McCain, dalle
“esigenze di sicurezza degli Stati Uniti e della regione, data
l’importanza strategica dell’Afghnaistan in virtù della sua vicinanza
all’Iran, alla Cina e alla Russia”. Più chiari di così. Ovviamente la
proposta Karzai-Rumsfeld è stata approvata all’unanimità dagli anziani
presenti all’assemblea. Nessuno si aspettava il contrario.
Enrico Piovesana