22/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La Cina ha già conseguito i Millennium Development Goals, grazie soprattutto alle politiche agricole

La Cina del boom è il miglior spot possibile per gli sponsor dei "Millennium Development Goals".
Tra il 1980 e il 2005, oltre Muraglia i poveri sono passati da 835 a 208 milioni, cioè dall'84 al 15 per cento della popolazione, mentre le donne che partoriscono in ospedale sono oggi il 94,7 per centro contro il 46 del 1990, con conseguente abbattimento della mortalità neonatale e materna.
L'Onu ha così ritenuto che Pechino abbia conseguito quasi tutti gli obiettivi e i funzionari del palazzo di vetro si fregano le mani perchè la massa demografica cinese condiziona per forza di cose i dati complessivi: l'umanità è un po' meno povera perché i cinesi lo sono.

A fare i dovuti distinguo ci pensa il rapporto di ActionAid, "Who's really fighting hunger?", secondo cui, al netto della Cina, la situazione non è così rosea: "L'amara verità è che il mondo, sul problema della fame, sta andando indietro. Se si escludono i grandi passi avanti della Cina, si osserva che nel 2009 la fame globale è agli stessi livelli del 1990. Il che significa che sono cronicamente malnutrite cinquecento milioni di persone in più rispetto all'obiettivo delle Nazioni Unite".
In definitiva, la povertà globale, Cina esclusa, si è ridotta di soli 4 punti percentuale, dal 32,5 per cento nel 1990 al 28 per cento nel 2005.

Del modello cinese sembrano aver funzionato soprattutto due componenti: l'agricoltura su piccola scala e il sostegno governativo allo sviluppo. Messe insieme, significano aiuti statali ai contadini, il vero motore del decollo cinese, ormai trent'anni fa.
E' quasi universalmente riconosciuto che fu proprio l'attivismo dei piccoli coltivatori, liberati dal giogo delle comuni popolari, a creare quel surplus agricolo che fece da base al primo tessuto industriale e commerciale mentre emancipava al tempo stesso masse crescenti dalla fame. Ma a monte ci furono le scelte politico-economiche fatte nella stanza dei bottoni dai dirigenti del dopo Mao. "Si stima che l'agricoltura abbia contribuito alla riduzione della povertà quattro volte più dell'industria e dei servizi generando, soprattutto agli inizi, una stupefacente crescita egualitaria attraverso l'investimento pubblico nelle aree rurali".
La "rivoluzione verde" del Dragone si è basata su un atteggiamento fortemente pragmatico ("trial-and-error process"), tratto tipico della civiltà cinese.
"Diversamente dall'Africa, dove le politiche agricole si sono basate su paradigmi stranieri, in Cina sono fondate sulla prova dei fatti molto più che su teoria e ideologia".

Oggi, tornando agli obiettivi del millennio, la Cina è prima nella speciale classifica sullo sviluppo della piccola agricoltura; seconda (dopo il Brasile) in quella dei Paesi che si sono liberati dalla fame così come nell'uguaglianza di genere; settima in quella della protezione sociale.
E' invece solo ventisettesima per quanto riguarda le garanzie legali e qui emergono tutte le contraddizioni di un sistema per cui prima viene lo sviluppo, dopo se mai i diritti.

Per il futuro, la sicurezza alimentare è a rischio soprattutto per l'aumento della popolazione e la parallela diminuizione dei terreni coltivabili a causa di inquinamento e global warming-desertificazione. Da sempre, la civiltà cinese si è sviluppata attorno ai corsi d'acqua e nelle regioni orientali proprio perché solo lì la terra era fertile: circa il dieci per cento del totale.
E allora il Dragone tende a diventare un pericolo per la sicurezza alimentare altrui, procacciandosi all'estero, con le materie prime, anche le forniture alimentari e gli stessi terreni. Si stima per esempio che attualmente ci siano già un milione di contadini cinesi al lavoro in Africa.


Gabriele Battaglia