26/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il progresso, i dubbi e le certezze che accompagnano il presente del Gambia
Bambino ad una pompa d'acquaIl piccolo Paese africano si avvia sulla strada dello sviluppo. Mamour non rivedeva la sua terra da tre anni. Nel suo racconto il progresso, i dubbi e le certezze che accompagnano il presente

"Da tanto non tornavo a casa. Per la verità è stato un bel rientro. A Bruxelles, mentre aspettavo il mio volo per Banjul, ho sentito una voce conosciuta, mi sono girato, ho cercato con gli occhi e ho visto mio fratello, anche lui in attesa del mio aereo. Erano sette anni che non ci incontravamo”. Mamour Sillah ha un’espressione soddisfatta mentre racconta del suo viaggio.

“Come direste voi occidentali – continua l’uomo - la mia terra sta vivendo un momento di sviluppo. Non so se esser del tutto contento di questo. Ho navigato lungo il fiume Gambia, che attraversa tutto il Paese e gli da nome. Oltre trecento chilometri in piroga, dall’Oceano Atlantico a Fatoto, nel cuore dell’Africa dell’ovest”.

Mamour parla e nello stesso tempo rimette in ordine la merce nel suo banco, all’interno del mercato coperto di via Alessandria, nel centro di Roma. Ha portato stoffe, batik, piccoli animali scolpiti nel legno. La gente passa e lo saluta, lui ricambia gentile, interrompe l'intervista e dice a tutti della sua trasferta africana.

“La storia del Gambia indipendente comincia nel 1965, il 18 febbraio. Il primo presidente, Sir David Kwesi Jawara, entrò ufficialmente in carica cinque anni dopo. Il suo mandato fu legato alla decolonizazione dagli inglesi. Allora si cambiava tutto quello che era possibile. La moneta, i francobolli, la bandiera e persino il lato di guida delle automobili.

L'occupazione britannica aveva imposto la marcia a sinistra, il nuovo corso la portò a destra. Però, come spesso accade in Africa, il gruppo del presidente era corrotto e lui stesso era più interessato ai propri affari che al Paese. Così, dopo 24 anni di potere e mentre tutto stava andando in rovina, la notte del 22 luglio del 1994, Jawara sparì. Secondo la memoria popolare quel giorno una nave americana arrivò e prese il presidente per portarlo via. Nello stesso momento un gruppo di giovanissimi militari, al comando di Yahya Jammeh, marciò dalla propria caserma alla volta del palazzo del governo. Era il colpo di stato. Neppure un colpo di fucile e un ferito. Insomma, un golpe assolutamente indolore. Gli inglesi, partendo, avevano lasciato delle infrastrutture: strade, trasporti, un complesso di cose più o meno funzionanti. L’indipendenza non aveva saputo valorizzare quel patrimonio e la situazione sociale era ancor più peggiorata. Il nuovo regime non era costituito da uomini colti o moderni, ma si mise al lavoro”.

Mentre Mamour va avanti nella sua ricostruzione arriva una anziana signora. Lui dall’italiano passa senza batter ciglio al romanesco e scherza con lo stesso humour tipico degli abitanti della capitale. Poi riprende: “Adesso la gente è più contenta. Molte cose stanno cambiando, anche se con le luci ci sono anche molte ombre. Il mio popolo non sa come si potrebbe vivere in altro modo e accetta il presente. Fino a qualche anno fa non esisteva università e io stesso fui costretto ad andar via per frequentarne una. Non c’erano scuole, se non in un paio di grandi centri. Per non parlare degli ospedali. Navigando lungo il fiume ho visto i nuovi licei, gli ambulatori medici. Prima andava a scuola solo chi poteva mantenere i figli fuori casa. In un Paese di contadini e gente poverissima la maggioranza della popolazione. Adesso anche chi viene da famiglie a basso reddito ha una possibilità per istruirsi. I cubani hanno mandato qualche centinaio di medici e la cosa ha permesso la nascita del sistema sanitario nazionale più evoluto. Ci sono rapporti commerciali con Taiwan e molte merci arrivano da lì, favorendo il piccolo commercio. I prodotti asiatici sono economici. Sono state costruite strade e i trasporti vanno meglio. Il governo vuole incrementare il turismo e noi abbiamo coste incontaminate. Però trovare lavoro è difficilissimo, specialmente per i giovani. Dalle campagne molti si trasferiscono a Banjul questo produce problemi per l'agricoltura e per la città. L’Albert market, il cuore della capitale, adesso è aperto 24 ore su 24. Quando ero piccolo alle cinque tutto si fermava. Però si vede anche chi cerca nella spazzatura quello che può per sopravvivere. È strano, ma con lo sviluppo arrivano le discariche. Non c’erano quando vivevo nel mio Paesee non c'era chi viveva di rifiuti. anche perchè allora non si buttava via nulla. La povertà africana favorisce il riciclaggio. Di qualunque materiale. Pezzi di ricambio, carta, vetro. I bambini fanno giocattoli con le lattine di Coca Cola e Pepsi. Adesso ho notato montagne di rifiuti come in qualche reportage dal sud America e la cosa mi spaventa. Inoltre la plastica non si riutilizza e noi non abbiamo inceneritori. C'è anche l’inquinamento. Io avevevo nella memoria i taxi Reanault R4, adesso ci sono i fuoristrada. Sono usati, in gran parte vengono dall’Europa e sono quelli vecchi: grandi consumi e niente marmitta catalitica. Insomma, in un processo di modernizzazione ci sono tutti i sintomi delle malattie che affliggono l’Occidente”.

Le contraddizioni del Nord del mondo sembrano arrivare nel piccolo Gambia. Tutto questo incide nella cultura millenaria del Continente nero.

Mamour adesso è preoccupato: “Non posso dire che ci sia integralismo islamico, ma dei segnali ci sono. I giovani e chi arriva dalle campagne ed è meno istruito cerca difese. I gruppi più intransigenti organizzano scuole coraniche. Io sono musulmano, vado a pregare alla moschea tutti i venerdì, ma lì fanno altro. Indottrinano, più che insegnare la parola del Profeta. E i centri aumentano. Il governo non permette loro di fare politica, ma comunque incidono nella coscienza delle persone. A scuola si insegna l’inglese. Gli 'Ibadi', i puri (parola che viene dal mandinka ed è il nome dato agli integralisti), vogliono si parli arabo. Noi siamo africani, abbiamo le nostre lingue. L’inglese si usa in tutto il mondo. Allora, perché volere solo l’arabo?”.

Roberto Bàrbera 
Categoria: Migranti, Popoli
Luogo: Gambia