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Hanno nomi complicati come columbite-tantalite e cassiterite. Sono i minerali estratti nell'est del Congo. Fondamentali per far funzionare cellulari e laptop, sono anche responsabili della morte di migliaia di persone. Si vendono a cinque dollari al chilo e nelle zone del Kivu e dell'Ituri le montagne ne sono piene. A guadagnarci, però, non è la popolazione locale, ma gruppi guerriglieri che spadroneggiano nelle foreste equatoriali. Luoghi inaccessibili, così lontani da Kinshasa da diventare terra di nessuno. I locali vengono sfruttati come schiavi. Le donne violentate, i bambini arruolati nelle milizie.
"Le miniere nell'est del Paese sono in mano ad una specie di mafia", ha dichiarato il presidente Joseph Kabila l'11 settembre prima di chiudere tre siti minerari nella zona di Walikale, nel Nord Kivu. Il divieto di estrazione però rimane solo sulla carta, perché nella regione i gruppi guerriglieri continuano lo sfruttamento. Il 14 settembre si decide per una operazione militare. "Stiamo dispiegando un contingente per abbattere i ribelli che occupano i giacimenti", ha dichiarato il ministro per le miniere del Nord Kivu D'Assise Masika. "Le operazioni dureranno uno o due mesi". Le prospettive di vittoria sono però ottimistiche e la storia recente lo insegna. Il primo gennaio 2010 l'esercito congolese, appoggiato dalla Missione di Stabilizzazione dell'Onu nella Rdc (Monusco), lanciò un'offensiva nella regione del Kivu per eliminare i ribelli. Si chiamava "Amani Leo", Pace Oggi, ma in settimane di guerra non arrivò a capo di niente. Chi pagò fu la popolazione civile: rappresaglie e omicidi sfociarono in estate nello stupro di massa di oltre 500 donne. La Monusco "fallì nel proteggere la popolazione" come disse Atul Khare, sottosegretario generale Onu incaricato delle operazioni di mantenimento della pace in Congo.
La situazione attuale è perfino peggiore rispetto a quella di inizio anno. I miliziani del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (Cndp), ex ribelli tutsi integrati nell'esercito diciotto mesi fa, compongono oggi il 70 percento delle forze militari del Congo orientale. Armati da Kinshasa, hanno sfruttato questo lasso di tempo per impadronirsi del territorio, infiltrarsi nei comandi regionali e impossessarsi delle miniere. Non si capisce ora come il governo centrale possa vincere la partita.
Per prendere in mano la situazione il 16 settembre Kabila ha mandto il generale Bosco Ntaganda, ex leader di una ribellione di Tutsi nel Congo nel 2008, a comandare le operazioni in Kivu. L'uomo, ricercato internazionalmente per crimini di guerra, ha il compito di eliminare i miliziani delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (Fdlr), combattenti Hutu nemici di Kigali e del presidente Kagame. L'operazione sembra avere poche chances di riuscita: il timore è quello che l'esercito si spacchi e inneschi un conflitto ad alta intensità in cui la principale vittima sarà la popolazione civile. "Abbiamo scritto al presidente mesi fa per chiedergli di ritirare i comandanti della regione. Uomini che è noto hanno brutalizzato il nostro popolo," ha dichiarato Charles Masudi Kissa, a capo dell'Associazione Civile di Walikale. "Questi comandanti dovrebbero proteggerci e invece sono solo interessati ad arricchirsi con lo sfruttamento delle miniere".
Tommaso Cinquemani