10/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un gruppo di donne si unisce in Guinea Bissau sotto una bandiera: quella bianca
Scritto per noi da
Ugo Borga*
 
Guinea Bissau, foto di Ugo BorgaBissau - C’è un carro armato sulla strada che dal ponte Amilcar Cabral conduce alla città di Bissau, nero, bruciato, colpito a morte da un calibro pesante; e non appartiene a ricordi lontani.
Guinea Bissau, anno 2005, trent’anni di indipendenza, tre colpi di stato compiuti ed innumerevoli altri tentati, l’ultimo l’ottobre scorso: un’instabilità politica che ha scavato cicatrici profonde, divorato economie ed aiuti umanitari, vomitato profughi,ucciso tradizioni, mangiato vite. E prodotto miseria.
Raggiungere Bissau via terra non è semplice, le strade se le porta via la pioggia, che scende come una cascata e trasforma tutto in fango rosso. Quando scompare lascia solchi e buche tanto profonde da costringere i rari veicoli a camminare lenti sui margini, spesso a preferire sentieri nella foresta.
La capitale dell’ex colonia portoghese è calda, appiccicosa, è un mare di folla per le strade, di fuochi accesi la notte: anni di instabilità politica si sono portati via la corrente, le rare volte che arriva risveglia una città sonnolenta, dondolante e allegra come lo sono le cose e le persone in Africa. La musica sembra uscire dalla terra, l’allegria e i sorrisi, sono appena sotto le labbra: basta uno sguardo a farli esplodere. Bissau è ferita, certo, e non dimentica il carro armato che ha smesso di muoversi per linee rette proprio alle sue porte o gli hercules gonfi di riso e farina dei momenti peggiori: ma è una ferita che qualcuno, e cominciano ad essere in molti, tenta di rimarginare.
 
Bissau è viva, e soprattutto dice basta: non solo lo dice, lo scrive. Lo grida su cartelli grandi quanto le donne che li portano nelle sue strade ogni volta che le cose si mettono al peggio, ogni volta che a parlare non sono più le coscienze e gli interessi di tutti, ma i kalashnikov e gli interessi di pochi.
Sono le donne dell’Exercito de paz, un’organizzazione di donne nata nel 1998, allo scoppio della guerra civile generata dal colpo di stato del deposto generale Mane (perché sospettato di connivenze con il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance ndr.) e dai sanguinosi scontri con i ribelli della Junta Militar.
Molte di loro sono militari o ex militari: e tutte, mimetica o no, hanno vissuto la guerra abbastanza da decidere di lottare per il suo contrario. Il sole è già basso su Avenida de 14 Novembro quando incontriamo Carlotta Barros, leader dell’organizzazione.
 
Guinea Bissau, foto di Ugo BorgaExercito de paz: perché questo nome?
Il 1998 è stato un anno difficile per la nostra terra: l’instabilità politica ha gettato la città e poi il paese in uno stato di brutale guerra civile. E' in questa circostanza che un pugno di donne coraggiose ha preso autonomamente contatti con i leader delle fazioni opposte, proponendosi come mediatrici e improvvisando tavoli di pace costruiti sul terreno minato degli interessi economici e dei giochi di potere. Non possedevano autorizzazioni o titoli particolari,ma pretendevano di essere ascoltate. Sono stati i primi risultati di una attività di stabilizzazione politica che contiene un messaggio profondo e in qualche modo sconcertante, considerando il  clima culturale e politico dell’Africa occidentale. La guerra concerne tutti, anche se a volerla sono sempre gli uomini: le donne non sono più disposte a subirla in silenzio.
I pochi soldati della pace del 1998 sono ora diventati un esercito: un’evoluzione che abbiamo voluto sottolineare con questi nome, Exercito de paz.
 
Come siete riuscite ad imporvi nel ruolo di mediatrici?
Ci siamo chieste, innanzitutto, quale fosse la differenza tra la forza delle nostre idee e quella dei nostri uomini. E abbiamo concluso che la forza di un’idea è direttamente proporzionale al grado di autonomia e indipendenza di chi la sostiene. Per questo il primo obbiettivo dell’organizzazione è stato quello di rendersi economicamente autonoma e di auto-finanziarsi: compriamo riso, lo rivendiamo, portiamo avanti piccoli commerci che ci permettono di sopravvivere, crescere, diffondere il nostro messaggio. Una delle attività della nostra organizzazione è quella di comportarsi in qualche modo come una banca di microcredito: piccoli prestiti riservati alle donne, per comprare sementi, una macchina da cucire, una pentola per cucinare, qualsiasi cosa sia utile per dare il via ad una attività economica, per quanto povera. Queste microeconomie rappresentano un punto di partenza irrinunciabile nella lotta per l’emancipazione femminile. Il nostro scopo è quello di offrire alle donne la possibilità di rendersi indipendenti dai loro uomini, prima economicamente e quindi idealmente: libere di lottare per la pace. Anche se, in realtà, le attività che svolgiamo sono interdipendenti: senza la nostra autonomia finanziaria, verrebbe meno la nostra autonomia, per così dire, politica 
 
Parliamo del ruolo di mediatrici: in cosa consiste esattamente? 
Vi sono due aspetti della nostra attività: volendo usare termini militari, definirei la prima un’attività di sentinella, di guardia. La seconda, invece, di azione diretta.
Per quanto riguarda la prima, il nostro compito è quello di vigilare su tutto ciò che accade intorno a noi nella vita di tutti i giorni: all’interno della famiglia, del villaggio, della comunità. Dobbiamo essere pronte a cogliere ogni segnale di crisi, ogni malumore, valutarne la gravità, le cause, comprendere se dipende da fattori che potenzialmente possono evolvere in un conflitto armato. In questi anni di lotte per la pace ci siamo rese conto che esiste un limite superato il quale la guerra diviene inevitabile: il nostro compito è quello di intervenire prima che il sangue cominci a scorrere. Dopo, è troppo tardi. Guinea Bissau, foto di Ugo Borga
 
E la seconda?
Nel caso in cui la situazione di crisi appaia potenzialmente tanto grave  da generare un conflitto armato, passiamo all’azione: prendiamo contatti con le parti in causa, insistiamo per un negoziato, le costringiamo per quanto possibile ad un incontro, vi partecipiamo in qualità di mediatrici.
Le donne dell’exercito de paz sono tutte formate alla prevenzione dei conflitti e consapevoli del loro ruolo. Macaria Banai, la fondatrice e dirigente della nostra organizzazione, ha ricevuto un riconoscimento internazionale (diploma di merito donna coraggiosa 2004 Uipnett) per l’opera di mediazione promossa durante il conflitto 97/2000. La pace è un animale strano, a volte si nasconde sotto le bombe: ma siamo disposte ad andare a prenderla anche lì.
 
Molte attiviste dell’exercito de paz sono militari: questo non rappresenta in qualche modo una contraddizione?
La Guinea Bissau ha una lunga tradizione di donne combattenti: è vero, tra le nostre attiviste molte appartengono all’esercito in qualità di ufficiali o semplici soldati.
La nostra organizzazione, prettamente apolitica, permette la militanza di chiunque ne condivida gli scopi. Ma queste donne non rinnegano quel che sono e tanto meno i loro doveri. La loro attività non è in contraddizione con la loro professione. Semplicemente, ogni giorno lottano per l’unica bandiera che amano davvero: quella bianca.
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Guinea Bissau