20/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Alle elezioni politiche di domenica due risultati storici per il Paese europeo: l'entrata in Parlamento della destra xenofoba e la riconferma della coalizione di centrodestra alla guida del governo.

Anche le elezioni politiche svedesi sono state caratterizzate dalla crescente paura dei cittadini europei nei confronti del fenomeno immigrazione. Questa la chiave di lettura della fiducia che il 5,7 percento dei sette milioni di elettori svedesi hanno concesso ai Democratici di Svezia (Sd), la destra xenofoba guidata dal 31enne Jimmie Aakesson.

Elezioni storiche. È la prima volta nella storia di uno dei Paesi più democratici e sviluppati dell'Unione Europea che un partito apertamente anti-islamico e anti-Ue, occuperà gli scranni, ben 20, del Riksdag. Aakesson, leader del partito da cinque anni, ha attentamente preparato la strada verso il Parlamento offrendo agli elettori un'altra immagine dell'estrema destra nazionale. Rafforzandola, prima, sul fronte "sicurezza immigrati", come ha fatto in Italia la Lega e in Francia la Union pour un mouvement populaire del presidente Nicolas Sarkozy; ripulendola, poi da controverse affiliazioni ideologiche. In questo senso il giovane Aakesson ha progressivamente allontanato il suo partito dall'ombra del Bevara Sverige Svenskt (Manteniamo la Svezia svedese), contraddittoria formazione razzista di matrice neonazista. La scissione ha dato ad Aakesson una nuova immagine politica che il leader ha sfruttato sull'onda della sfiducia degli svedesi nei confronti delle forze in Parlamento.

Subito dopo aver appreso che il suo partito aveva superato la soglia di sbarramento del 4 percento, in forte recupero dal deludente 2.93 percento del 2006, il numero uno dei Sd ha commentato: "Non creeremo problemi. Ci assumiamo le nostre responsabilità. È la mia promessa al popolo svedese. Ma oggi abbiamo scritto una pagina di storia politica. È fantastico". Toni morigerati che abbandonano le posizioni spavalde della vigilia del voto, quando la campagna elettorale, condotta su una certa sicurezza di superare la soglia critica, imponeva dichiarazioni come questa: "Per il semplice fatto di trovarci in parlamento, li spaventeremo e li costringeremo ad adattarsi". Il riferimento era quello alle due coalizioni maggiori: Alleanza per la Svezia del premier Fredrik Reinfeldt e la Sinistra rosso-verde della socialdemocratica Mona Sahlin.

Reinfeldt, che ottiene una riconferma storica del centrodestra in Svezia dopo 76 anni su 80 anni di dominio socialdemocratico, dovrà ora lavorare per ampliare la sua coalizione in modo da ottenere la maggioranza assoluta necessaria a governare. Lo farà senza Sd, fin da subito scomunicato come potenziale alleato: "Non li toccherei neanche con le pinze" aveva detto Reinfeldt. Con un 49.2 percento dei suffragi e 172 deputati eletti, sul totale di 349, l'unica via percorribile, e annunciata dallo stesso premier, è, quindi, quella di un inedito quanto difficile accordo con il partito dei Verdi, corrente minore della sinistra nazionale.

Sinistra piegata. Nulla da fare, invece, per il blocco di sinistra guidato dalla cinquantatreenne socialdemocratica Mona Sahlin che, subito dopo le prime proiezioni, ha ammesso la sconfitta: "Abbiamo perso. Non siamo stati in grado di riconquistare la fiducia degli elettori". La leader, giudicata dagli analisti politici svedesi troppo poco carismatica per diventare la prima donna premier della storia, si è resa protagonista in negativo dell'insuccesso più clamoroso del partito, fermo al 30,8 percento delle preferenze, dalle elezioni del 1920. Ora toccherà a lei guidare l'opposizione dei 157 parlamentari in quota Sinistra rosso-verde - 43,7 percento dei voti - che dalle prossime settimane continueranno a rappresentare la minoranza di un Paese che, oggi, ha scelto una strada mai battuta prima: quella della destra estrema di stampo xenofobo.

Antonio Marafioti

 

Parole chiave: Belgio
Categoria: Elezioni, Politica
Luogo: Svezia