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Tra le cose che il blogger-giornalista David Lane ha raccontato a PeaceReporter c’è anche un dettaglio sulle sommosse dei primi di settembre che ci aiuta a capire come si sono svolte.
Quando sento Davy sono passati pochi giorni dalla fine dei disordini, è un giovedì e il martedì appena trascorso in Mozambico è stata festa nazionale, la Festa della vittoria, il sette settembre, commemorazione dell’accordo per l’indipendenza dai portoghesi.
Davy spiega che nei due giorni precedenti il sistema di comunicazione degli sms è stato disabilitato dal governo: per 48, 50 ore circa non è stato possibile mandare messaggi di testo. Il sistema viene riabilitato verso la mezzanotte dell’otto settembre, quando il governo è sicuro di aver ripreso il controllo della situazione.
“A Maputo, e nelle principali zone urbane, quasi tutti hanno il telefonino, anzi spesso ne hanno due, per via del fatto che in Mozambico ci sono due operatori telefonici e chiamare all’interno di uno stesso operatore conviene. Così è molto comune vedere persone con due telefoni, in mano o in tasca”, mi dice Davy. “Il dieci per cento della popolazione ha l’elettricità, il novanta che vive nelle campagne per lo più no, ma quel dieci per cento all’incirca della popolazione è fondamentale per la vita del Paese, ecco perché hanno dovuto ripristinare il sistema al più presto, per il funzionamento di tutta una serie di servizi, anzi lo hanno tenuto in off più a lungo di quanto dovevano”.
Il motivo per cui il governo ha spento il sistema delle comunicazioni sta nel fatto che a Maputo, durante le sommosse, la gente usava gli sms per darsi appuntamento e organizzare i disordini successivi.
“Le proteste sono durate due giorni e mezzo, tre al massimo, ma durante i successivi quattro o cinque giorni, compreso il week end, a Maputo si respirava un generale senso di disagio.
Le persone inizialmente continuavano a mandarsi sms con la promessa di nuove sommosse e dandosi appuntamenti approssimativi. Quando il ministro delle comunicazioni ha annunciato che avrebbe sospeso il sistema delle comunicazioni, uno dei notiziari nazionali, il principale che va in onda alle 20 e dura un’ora, ha fatto menzione della cosa per meno di un minuto, in coda, dopo tutte le altre notizie. Così durante il giorno di festa nazionale la gente era molto confusa, camminando per le vie di Maputo si sentiva discutere del non funzionamento della rete, ma nessuno ne era del tutto sicuro. In un certo senso l’agitazione è durata fino a domenica, poi è venuto il lunedì, la festa nazionale del martedì, e un senso generale di smarrimento si è diffuso in città e ha smorzato gli animi”.
Sicuramente la mossa del governo di tagliare le comunicazioni è stata vincente, “tatticamente sarebbe stato sbagliato tenere il blocco più a lungo” continua Davy, “mettere confusione nel tam tam degli sms ha creato disorganizzazione tra la gente, non si capiva dove andare e quando”.
“Ora che il prezzo del pane è sceso nuovamente al livello di prima della protesta la situazione a Maputo è tornata normale.”
Davy, che scrive in un blog sul calcio e l’Africa, nato con la coppa del mondo in Sudafrica, la domenica successiva agli scontri è andato allo stadio di Maputo, come scrive in un pezzo uscito su Football is coming home e quando ha chiesto a un uomo se ci sarebbero stati altri scontri ha ricevuto questa risposta: “No, quando c’è il calcio non ci sono problemi, perché il calcio piace a tutti”.
“Il punto è” dice Davy “che qui a Maputo ci sono le tecnologie per comunicare, gli apparecchi tecnologici come internet e i telefoni cellulari non mancano. Non parlo degli ultimi modelli, come i Blackberry, ma qui le persone sono connesse quel tanto che basta, non di più. Nel resto del Paese no. Ecco perché le proteste sono scoppiate per lo più a Maputo e sporadicamente negli altri centri urbani, nella seconda più grande città del Paese, Beira, ci sono stati dei problemi, ma non sono durati a lungo.
C’è un digital divide che investe il resto del Mozambico, dove spesso non c’è neanche energia elettrica, con questo non voglio dire che non sappiano cosa sia internet, ma non è abbastanza per essere informati, per scambiarsi informazioni in modo utile.
Ecco perché altrove non sono scoppiate rivolte, lontano dalla capitale non si vedono i cambiamenti e gli investimenti degli ultimi cinque anni, in più non arriva l’eco dei cambiamenti. Allora non c’è rabbia, o ce n’è meno, e non sapere di che lamentarsi è come non avere di che lamentarsi”.
Alessandro Micci