I cambiamenti del tessile nell’area di Bombay dove gli operai sono poveri e senza diritti
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L’inferno esiste e si trova a 50 chilometri da Bombay, nell’area di Bhivandi.
Qui, ci sono centinaia di migliaia di piccoli centri dove si lavora su telai di
fine Ottocento- inizio Novecento e in condizioni drammatiche. Questo settore informale,
o “flessibile”, come dovrebbe chiamarsi oggi, è stato introdotto dal governo indiano
quando ordinò lo smantellamento dei cotonifici di Bombay, dove gli inglesi sin
dall’800 avevano imposto il loro modello industriale “rivoluzionario”. I cotonifici
indiani impiegavano centinaia di migliaia di lavoratori e fornivano l’Inghilterra
di tessuti preziosi: un mercato fiorente soprattutto durante le due grandi guerre.
La coabitazione di migliaia di lavoratori sotto lo stesso tetto, portò alla formazione
di sindacati e alla diffusione di idee marxiste che a quel tempo si stavano affermando
in Russia grazie alla rivoluzione Bolscevica.
Dalla distruzione dei cotonifici alle proteste sindacali. Il movimento operaio nel settore tessile di Bombay fu fondamentale e strumentale
per il movimento nazionalista indiano, che a sua volta lo sostenne per ottenere
la legittimazione dei lavoratori in questo settore chiave dello sviluppo industriale.
Insieme con i seguaci del Mahatma Gandhi, i lavoratori di Bombay costituirono
la base per la creazione dell’India indipendente. In seguito, però, quando fu
formato il primo governo indiano e la proprietà dei cotonifici passò alla potente
classe industriale indiana, i sindacati cominciarono ad essere un problema. Nel
1982 le sempre maggiori richieste dei lavoratori e la loro ostilità alla razionalizzazione
che stava portando ad una riduzione dell’offerta di lavoro, in un Paese che contava
più di un miliardo di persone, provocarono uno scontro decisivo e uno sciopero
a tempo indeterminato.
Un nuovo settore decentralizzato e "informale". I sindacati non si accorsero tuttavia che stava crescendo un settore parallelo
a quello dei cotonifici integrati, un settore “decentralizzato” alle porte della
grande città. Intanto in 15 mesi di sciopero dei cotonifici il mercato non fu
scalfito. Quando i sindacati se ne resero conto, era ormai tardi. L’offensiva
dei proprietari era iniziata. Dopo aver rifiutato di reintegrare i lavoratori,
le fabbriche chiusero i battenti una ad una: tra il 1982 e il 1985, 300mila persone
avevano perso il lavoro. Oggi, discoteche e centri commerciali american style si ergono sulla terra che era stata occupata dai cotonifici. Le ciminiere di
questi ultimi, non ancora smantellate, sono diventate un simbolo del passato.
Condizioni di lavoro disumane. La vendita di questi terreni, in una città che è stata definita il centro finanziario
del futuro, è cominciata da poco e sta fruttando oro ad una ex-classe industriale
che non ha smentito la sua natura prettamente mercantile e non produttiva. Parallelamente,
la crescita del settore “informale” è stata assecondata dalla nuova politica industriale
indiana e la retorica sulla fioritura della piccola e media impresa si è imposta
come nuovo modello di sviluppo industriale sostenibile, grazie al suo decantato
potenziale di impiego.
Le terribili condizioni di lavoro nelle piccole fabbriche “informali” sono state
nascoste dagli inni alla specializzazione flessibile che portavano ad esempio
l’esperienza di sviluppo industriale italiano. Non sembra un caso infatti che
il modello di sviluppo basato sul distretto industriale e sulla potenzialità del
network di piccole imprese specializzate siano entrate a far parte della retorica
governativa indiana negli anni Novanta. La concentrazione del capitale in tali
distretti è altissima e maschera il monopolio dei soliti noti su una massa di
“fabbricatori” senza accesso ai mercati. Questi ultimi hanno una mera posizione
di sudditanza e il lavoro è pagato somme ridicole.
Bhivandi si è sviluppato secondo questa logica, con macchine antidiluviane e
una mastodontica forza lavoro. E’ un “villaggio-fabbrica” dove il rumore non ti
abbandona mai. Entrando in uno dei centri “specializzati”, la polvere di cotone
fa bruciare gli occhi e gli operai ti guardano con lo sguardo arrossato.