11/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I predoni del deserto sudanesi si scontrano con l'esercito ciadiano
Miliziani della jinjaweedL’ondata di sangue che da mesi si abbatte sulle speranze di pace del Darfur sudanese è arrivata a lambire le regioni orientali del vicino Ciad. Nei giorni scorsi, le milizie paramilitari sudanesi della janjaweed, che a detta di molti osservatori stranieri e locali sono finanziate dal governo filo-arabo di Khartoum per eliminare la popolazione nera del Darfur, sono entrati di nuovo in territorio ciadiano mentre inseguivano alcuni profughi in fuga verso ovest.

Questa volta, lo scontro con le truppe dell’esercito regolare del Ciad è stato inevitabile. Nonostante le poche notizie provenienti dalla zona non confermino ancora un bilancio definitivo, operatori umanitari e medici hanno contato 67 morti. Di questi, 60 sarebbero membri della janjaweed, ai quali si aggiungono sei civili ciadiani e un alto ufficiale dell’esercito.

La settimana scorsa, il governo della capitale N’djamena aveva dato ordine di rafforzare il contingente militare posto a sorveglianza del confine “caldo” con il Sudan, per scongiurare l'allargamento della guerra al proprio territorio. E per proteggere cittadini ciadiani e profughi sudanesi, sempre più in balia di violenze impunite da parte della janjaweed.

Il ruolo di mediatore e pacificatore che il governo del Ciad ha assunto all’interno della questione Darfur lo ha portato a decidere di non farsi coinvolgere direttamente in un conflitto che vede la classe politica araba di Khartoum opporsi a suon di bombe e proiettili ai ribelli del Sudanese liberation movement (Slm) e del Justice and equality movement (Jem). Questi chiedono che la regione in cui vivono non venga lasciata a sé stessa e trascurata, ma che possa beneficiare dello sviluppo e di infrastrutture – scuole, ospedali, strade – tutt’ora inesistenti.

Eppure il Ciad è il paese maggiormente coinvolto – seppur indirettamente – nella grave crisi umanitaria del Darfur, che ha attirato l’attenzione delle Nazioni Unite e di molte altre organizzazioni non governative internazionali. I campi di accoglienza in territorio ciadiano hanno agito da tampone all’emorragia di profughi – si parla di 130mila persone – che hanno abbandonato in fuga la disastrata regione del Sudan occidentale lasciandosi alle spalle villaggi bruciati, familiari uccisi e la scia di morte tracciata dagli uomini a cavallo della janjaweed. C’era da aspettarsi che assieme ai profughi sarebbero arrivati prima o poi anche loro. E questa volta hanno avuto la peggio.

Così come rischiano di precipitare le relazioni diplomatiche tra i due paesi. In un incontro con la stampa tenutosi nel fine settimana a N’djamena, il ministro della difesa del Ciad, Emmanuel Nadingar, è stato categorico: “In più di una occasione il nostro esercito e la nostra popolazione hanno subito gli attacchi dei sudanesi della janjaweed. Questo non avverrà più. Ci mettono alla prova tutti i giorni. Abbiamo il dovere di proteggere i nostri cittadini e il confine che ci divide dal Sudan. E’ compito nostro preservarne la sicurezza”.

Nadingar ha continuato definendo il governo del presidente sudanese Omar al-Bashir “guerrafondaio”. Lo stesso al-Bashir ha di recente ordinato un’inchiesta che faccia luce sugli avvenimenti che lo vedono accusato dai suoi oppositori di pianificare un genocidio contro le popolazioni nere Fur, Zaghawa e Messalit nel Darfur.

Khartoum nega ogni coinvolgimento nei massacri, che oltre all’esodo biblico verso il Ciad hanno prodotto un milione di sfollati in territorio sudanese. Eppure, dal nulla che circonda i campi profughi del Ciad arrivano storie di violenza, testimonianze e racconti molto, troppo simili tra loro. Uomini crivellati di proiettili, elicotteri che inceneriscono interi villaggi, donne picchiate, stuprate e derubate, bambini maltrattati o uccisi. Il tutto ad opera di uomini inturbantati – la janjaweed – che spesso indossano divise dell’esercito regolare sudanese e ne utilizzano l’arsenale.

Dalle tendopoli di Nderta e delle località ciadiane vicine al confine con il Sudan, dove alcune organizzazioni di prima assistenza danno ai profughi il minimo indispensabile per sopravvivere, centinaia di dita accusatrici indicano la lontana Khartoum e i suoi palazzi governativi. E durante la notte, migliaia di occhi restano vigili nel buio, nel timore che i predoni della janjaweed compiano una delle loro incursioni. Sempre che i soldati del Ciad riescano, come l’altro giorno, a fermarli in tempo.

Pablo Trincia
Categoria: Guerra
Luogo: Ciad