15/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre gli Usa tirano il freno a mano, il Dragone inserisce lo scambio dei crediti carbonio nel prossimo piano quinquennale

Quest'estate, proprio mentre gli Usa rinunciavano a varare entro il 2010 un progetto di legge sull'abbattimento di emissioni di Co2, la Cina discuteva di come inserire nel prossimo piano quinquennale (2011-2015, è il dodicesimo) un sistema "cap-and-trade", cioè un programma di scambio dei crediti carbonio.
Il piano quinquennale è lo strumento con cui il Dragone delinea le strategie fondamentali della propria crescita economica. Inserirci il mercato delle emissioni, significa rendere quest'ultimo vincolante.

Il progetto è nell'aria da almeno un anno e la lunga gestazione dimostra che non è per niente facile metterlo nero su bianco. Ciò nonostante, da più parti si osserva che nell'ideale gara tra le due economie più inquinanti del pianeta verso gli obiettivi verdi, la Cina abbia ormai superato gli Usa.
E' così? Quali sono i problemi di Pechino?

Ricordiamo come funziona il sistema. L’anidride carbonica  è il principale gas responsabile dell’effetto serra. Si è quindi pensato di utilizzare le leggi di mercato per ridurne l’impatto. Sono state distribuite delle “quote” di emissioni (in pratica, il permesso di emettere Co2 fino a una certa quantità).
Chi (Paese o industria) si ferma sotto il proprio limite prestabilito, può vendere le quote rimanenti a chi invece lo supera.
La compravendita avviene in "Borse" create appositamente.
Dato che le economie ricche inquinano più di quelle povere, si presume che possano acquistare “crediti carbonio“ in Paesi meno sviluppati e meno inquinanti.
Il sistema cap-and-trade si basa insomma sul principio secondo cui la mano invisibile del mercato può coniugare ambiente e redistribuzione della ricchezza globale.

La Cina ha già creato un sistema interno di compravendita tra le regioni più ricche ed inquinanti, da un lato, e quelle meno ricche e più "verdi", dall'altro.
Il problema fondamentale risiede però nel fatto che a livello internazionale, il Dragone si rifiuta di porre un limite ben definito al proprio "diritto" di inquinare. Se non si stabilisce un tetto massimo vincolante di emissioni, il sistema cap-and-trade non può funzionare, perché nessuno - Stato, autorità locale o impresa - si sente incentivato a comprare crediti carbonio.

Ma perché la Cina si rifiuta di stabilire quel limite? Qui siamo nell'alta politica, quella che si discute (o non si discute) nei G2, G20 e via dicendo. Per sintetizzare, il Dragone si considera la più sviluppata delle economie arretrate, capofila di tutti quei Paesi emergenti che reputano l'Occidente primo e forse unico responsabile dell'inquinamento, delle emissioni e del riscaldamento globale. Il concetto è: prima di chiedere a noi di ridurre le emissioni, dovete permetterci di raggiungere lo stesso vostro grado di sviluppo, che avete acquisito appestando il pianeta per qualche secolo.
Questo, nonostante la Cina sia ormai il maggior inquinatore del pianeta poiché le sue emissioni di Co2 hanno ormai superato quelle statunitensi in termini assoluti.
Ma, di nuovo, i Paesi in via di sviluppo (non solo il Dragone) ritengono che i conti vadano fatti diversamente: calcolando le emissioni pro capite. Così facendo, emerge che un americano inquina come quattro cinesi e, detto per inciso, come sedici indiani.
Per cui, finché gli Stati Uniti non faranno la prima mossa, è difficile che la Cina si impegni a livello internazionale con un tetto fisso prestabilito.
Tale tetto esiste solo a uso interno, con l'obiettivo 2010 che imponeva una riduzione del 20% rispetto alle emissioni del 2005. Non essendoci un vero e proprio sistema di mercato, il target era imposto politicamente dall'alto, con la redistribuzione degli obiettivi a livello locale e i funzionari ritenuti personalmente responsabili del loro ottenimento.

Un altro problema tutto cinese è il sistema di controllo non trasparente. A livello internazionale si discute molto dei sistemi di monitoraggio, reporting e verifica (Mrv) delle emissioni e c'è uno scambio di informazioni su cosa sia meglio fare, sugli standard da adottare. Della Cina si sa che ha compiuto qualche passo avanti in questo campo, ma i dati su cosa il governo abbia effettivamente fatto e come non sono disponibili. In pratica, si conoscono i numeri che l'ufficio nazionale di statistica pubblica ogni anno, ma non si sa come siano stati calcolati.

Infine c'è la questione di come redistribuire quote e target all'interno del Paese: quali sono i settori interessati? Quanto può inquinare questa industria piuttosto che quell'altra? Qui si toccano interessi potenti e, considerato il tradizionale stile diplomatico "sotterraneo" della Cina (non solo nelle relazioni internazionali), è probabile che se ne saprà qualcosa solo quando i giochi saranno fatti e gli interessi ricomposti.

L'esistenza di alcuni programmi cap-and-trade locali - come il Tianjin Climate Exchange e il Beijing Environmental Exchange - dimostra comunque che la volontà c'è. Per la Cina è soprattutto una questione di vita o di morte legata al deterioramento dell'ambiente ma non solo: fa gola il vantaggio competitivo che, con lo sviluppo di nuove tecnologie verdi, si può acquisiere sul mercato energetico del futuro.

Gabriele Battaglia

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