stampa
invia
Come fa presto a tramontare la stella della buona sorte. Ne sa qualcosa Paul Kagame, il presidente del Ruanda che questo 2010 probabilmente se lo ricorderà come un anno nero, nerissimo. Che siano solo coincidenze o i sintomi di equilibri che cambiano a livello internazionale e nei quali rischia di finire schiacciato, l'uomo forte di Kigali è passato in un batter d'occhio dal palcoscenico dove lo avevano messo i cantori del miracolo ruandese al banco degli imputati.
Lo schiaffo dell'Onu. Il segnale che qualcosa stesse cambiando è arrivato dal Palazzo di Vetro; dal quartier generale delle Nazioni Unite a New York, a fine agosto ha cominciato a filtrare la notizia - all'inizio un venticello, poi un tifone - di un rapporto di imminente pubblicazione (verrà presentato il primo ottobre, ndr) sulle responsabilità dei soldati ruandesi, e ovviamente dei vertici politici, nei massacri in Congo: la parola che ha fatto gelare il sangue a Kagame è genocidio. E' questa l'accusa che il documento formula, in 545 pagine in cui sono dettagliate le violenze sistematiche cui le forze armate di Kigali si sarebbero abbandonate contro i profughi hutu, a prescindere che fossero ex miliziani responsabili del genocidio in Ruanda o civili inermi, magari di altra nazionalità. Basterebbe quest'ombra per distruggere l'aura mitica di uomo che aveva preso in mano un Ruanda piegato dal milione di morti del genocidio del 1994, ridandogli fiducia, ordine, stabilità e una crescita economica stratosferica, anche se alimentata dal flusso di denaro dei donatori internazionali, Stati Uniti, Olanda e Belgio in prima fila. Sui sensi di colpa dell'Occidente ci ha lucrato per 16 anni ma se adesso saltasse fuori che anche lui è responsabile di un altro genocidio, cosa succederebbe? Probabilmente i rubinetti si chiuderebbero al volo e i suoi sponsor politici si dileguerebbero subito dopo. Ecco perché quando la notizia del rapporto ha cominciato a circolare, la sua reazione è stata rabbiosa, arrivando a minacciare di ritirare i contingenti ruandesi dalle missioni di peacekeeping nelle quali sono impegnate, in primis dal Darfur. Il Segretario Generale dell'Onu Ban Ki-moon è dovuto volare a Kigali per tentare di ricucire la rottura, tranquillizzando il presidente ed esprimendo la sua contrarietà all'impostazione del documento che tra poco sarà presentato ufficialmente anche se, c'è da scommetterci, alleggerito delle accuse più esplicite e compromettenti.
Amnesty non fa amnistie. Ma violente scosse alla credibilità internazionale di Kagame e del suo Ruanda sono arrivate anche da Amnesty International, che il 31 agosto ha pubblicato un report che metteva sotto accusa alcune leggi che, pensate sulla carta per reprimere l'apologia del genocidio del 1994 ed ogni tendenza revisionista, sono in realtà diventate uno strumento per la repressione del dissenso tout court. E' questo il sospetto che viene leggendo Safer to Stay Silent: The Chilling Effect of Rwanda's Laws on 'Genocide Ideology' and Sectarianism. L'accusa di ideologia genocidaria è ovviamente la più infamante per un Paese che ha assistito sgomento al massacro di 800 mila persone in meno di cento giorni. Ma è anche vaga, malleabile, adattabile alle esigenze di chi la formula, così Kagame ha potuto servirsene per mettere fuori gioco, facendoli arrestare, due degli sfidanti alle presidenziali dello scorso 9 agosto. Elezioni maturate in un clima di terrore quasi parossistico, tanto che sulla scrivania del presidente americano Barack Obama sono arrivate molte richieste di organizzazioni e analisti indipendenti che lo invitavano a non riconoscerne la validità. Ma, si sa, Kagame è uno degli uomini di Washinghton in Africa; dagli Usa ha ricevuto armi, addestratori, intelligence e una quantità impressionante di fondi: oltre un miliardo di dollari negli ultimi 10 anni. In cambio di cosa? Qui è facile cadere nel complottismo e nella dietrologia: usare il Ruanda come una piattaforma in un continente dalle potenzialità enormi, dicono alcuni; per mettere le mani sui minerali ruandesi e soprattutto congolesi, spiegano altri. Per soppiantare Belgio e Francia, storicamente potenze dominanti nell'area, dicono studiosi come Michel Chossudovsky. E proprio dalla Francia è arrivato l'ultimo dispiacere a Kagame, con la decisione di riprendere le indagini sull'attentato che causò la morte dell'ex presidente ruandese Juvenal Habyarimana, l'atto che funse da detonatore della follia genocida. Il sospetto francese è che dietro l'abbattimento dell'aereo su cui Habyarimana viaggiava ci fosse proprio Kagame e il suo Rwandan Patriotic Front. Questa ipotesì portòalla rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia nel 2006, ripristinate recentemente. Ora un team francese è al lavoro per accertare cosa accadde in quell'aprile 1994. Qualcuno riscriverà la storia del miracolo ruandese?
Alberto Tundo