15/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Si trattava di un decreto approvato dal Congresso in luglio e che, nonostante il tentativo di farlo passare sotto silenzio, aveva scatenato molte polemiche

Il Parlamento peruviano ha annullato l'amnistia destinata agli aguzzini della guerra civile. Si tratta di un decreto legislativo che imponeva una sorta di prescrizione per tutti quei processi contro militari e poliziotti accusati di violazioni dei diritti umani durante gli anni della guerra civile. Stabilendo che le cause aperte a carico delle forze dell'ordine sarebbero dovute arrivare a sentenza entro 36 mesi dall'apertura del procedimento, quel decreto 1097 che il presidente Alan García aveva approvato in luglio avrebbe lasciato impunita la maggioranza dei colpevoli.

Ma è arrivata la frettolosa marcia indietro e il peggio è scongiurato. A capitanarla proprio lo stesso García, che ieri, martedì 13 settembre, ha imposto al Congresso di abolire la legge. Una mossa che si spiega solo considerando la gigantesca polemica scatenatasi in tutto il paese con la levata di scudi di molte organizzazioni dei diritti umani e conclusasi con la plateale rinuncia dello scrittore Mario Vargas Llosa alla presidenza onoraria del Museo della Memoria. Un'istituzione che è ben altro che un freddo simbolo in un paese in cui, a dieci anni dalla fine del conflitto interno, è stato identificato meno del dieci percento dei suoi 15mila desaparecidos.

Quello sciagurato decreto era nato per proteggere tutti gli esecutori materiali di un terrorismo di Stato responsabile di buona parte di queste morti. Perché a falciare le vite di contadini inermi non erano soltanto i guerriglieri dei Sendero Luminoso, come tentano di far passare le fonti ufficiali di quella storia ancora tutta da scrivere. Tante, troppe persone sono state inghiottite dalle truppe regolari guidate dal governo Fujimori, che aveva al suo interno gli stessi personaggi che continuano tuttora a tenere in scacco il paese. E quel decreto approvato alla zitta ne è la riprova.

Alcune stime parlano di 4500 fosse comuni disseminate in lungo e in largo e ancora da riesumare. Eppure, tanti ignorano che anche il Perù sia un paese di desaparecidos.
Per fortuna, stavolta, ha alzato la voce Vargas Llosa, scrittore di fama internazionale dalla doppia cittadinanza ispano-peruviana, che definendola una "amnistia mal celata" è riuscito a rompere il silenzio e a creare un'ondata di dissenso che ha posto rimedio al peggio. Molte altre volte è andata diversamente e niente ha scalfito l'indifferenza della comunità internazionale e dei mass media. Che quando finalmente si son voltati, era ormai troppo tardi.
Con lui, anche varie organizzazioni civili hanno espresso il proprio disgusto. Sono molto attive le Ong che tentano di far luce sul Ventennio di sangue peruviano e di sensibilizzare anche l'opinione pubblica peruviana, spesso ancora poco consapevole di quanto accadde fra il 1980 e il 2000.

"Avevamo pensato a quel decreto per coloro che sono innocenti e continuano a essere indagati - ha voluto sottolineare in extremis Aureliano Pastor, dell'Apra, il partito di maggioranza - e lo abbiamo fatto con le più buone delle intenzioni". Poi però ha riconosciuto che stava creando troppe polemiche e ha ammesso che "la decisione di abolirlo è stata giusta in nome della pace". Ora non resta che vigilare. L'amnistia potrebbe tornare, mascherata meglio.

Stella Spinelli

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