26/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo tre giorni di trattative, ribelli e governo sudanese sono ancora lontani
Profughi sudanesi“La prego, scriva che qui c’è una situazione di assoluta emergenza. Questo posto non ha più nulla di umano. Siamo nel bel mezzo di una crisi umanitaria che potrebbe avere conseguenze davvero drammatiche, se non si fa qualcosa”. Dal campo sfollati di Kalma, in Darfur, Abdel Mint, operatore umanitario sudanese, quasi strilla nel microfono del suo cellulare, graffiato da una tempesta di sabbia che rende difficile la comunicazione. Ma le sue parole arrivano chiare, precise, telegrafiche. Novantamila persone. Fame. Denutrizione. Malattie. Mancanza d’acqua. Morte.
 
“Perdiamo una media di cinque bambini al giorno – continua - in tutto il campo ci sono solo cinque pompe per l’acqua”. Cinque pompe per novantamila persone. Una media di una ogni quattordicimila. Mentre la dissenteria e continue epidemie di colera rischiano di trasformare in un cimitero a cielo aperto un gigantesco campo dove la popolazione cerca rifugio dagli attacchi e dalle stragi. ”Macché rifugio – impreca Mint – qui nulla è sicuro, non c’è protezione. L’altro giorno sono arrivati i miliziani janjaweed (principali responsabili dei massacri, armati dal governo di Omar al-Bashir contro le popolazioni del Darfur, ndr). Un raid veloce e via, quasi trecento ragazzi sono spariti nel nulla”.
 
Il campo di Kalma è una dei tanti agglomerati figli dalla guerra e della fuga di chi non ha più nulla. Situato a pochi chilometri dalla città di Nyala, nel Darfur orientale, con l’inasprimento del conflitto negli ultimi mesi è cresciuto a dismisura, dando vita a un’emorragia di sfollati che nessuna organizzazione umanitaria riesce a controllare. Un paesaggio semidesertico fa da sfondo a capanne di sterpi e rami secchi, dove mancano beni e servizi di prima necessità e dove intere famiglie vivono di stenti nell’attesa che Nazioni Unite e comunità internazionale si mobilitino in maniera efficace.

Nel frattempo, a duemila chilometri più a ovest, nella capitale nigeriana Abuja, non stanno andando bene le trattative tra i rappresentanti dei ribelli darfurini del Sudanese Liberation Movement/Army (Sla/m) e del Justice and Equality Movement (Jem) con i delegati del governo di Khartoum. Tuttavia l’incontro tra le parti, che a oggi più che da un tavolo sembrano divise da un baratro, è comunque andato meglio dell’ultimo tentativo fatto lo scorso nella capitale etiope Addis Abeba, quando i ribelli hanno girato i tacchi ancor prima di sedersi col nemico. Per questo il presidente nigeriano, Olosegun Obasanjo, che è anche a capo dell’Unione Africana, li ha rivoluti ad Abuja per farli confrontare. E per ribadire il suo ruolo di principale mediatore africano alla comunità internazionale.

Tuttavia sembrano esserci ancora troppe discrepanze tra ribelli e governo. Khartoum, che negli ultimi mesi ha subito sempre più pressioni da parte delle potenze occidentali e delle organizzazioni internazionali, avrebbe proposto un piano che prevede la creazione di dodici zone di sicurezza monitorate dalla polizia. Il governo sudanese ha inoltre promesso di disarmare i miliziani janjaweed (letteralmente “i diavoli a cavallo”), che dal febbraio dello scorso anno hanno provocato la fuga di un milione di sfollati, 130mila profughi e tra i 30 e i 50mila morti. Inoltre, nel primo pomeriggio di ieri, il ministro dell’Agricoltura Majzoub al-Khalifa, portavoce del governo di al-Bashir ad Abuja, ha annunciato l’intenzione di Khartoum di accettare il dispiegamento di un contingente di peacekeepers africani in Darfur ma – e questo è uno dei principali punti di attrito tra le parti – ha chiesto che i ribelli vengano disarmati. “La risposta è no”, hanno detto i due rappresentanti dello Sla/m e del Jem, Abdel-Whaid Mohamed Ahmed el-Nur e Ahmed Mohammad Tugod.

In patria, nelle ultime ore, è arrivato anche il ministro degli Esteri britannico Jack Straw, che ha chiesto di recarsi nel Darfur per verificare se Khartoum si stia effettivamente impegnando per smantellare la cavalleria assassina delle janjaweed.

Ma dai campi l’emergenza umanitaria continua a impensierire. Le pessime condizioni igieniche in cui versano quasi 1 milione e 200mila persone, tra profughi sudanesi fuggiti in Ciad e sfollati, sono foriere di epidemie che si espandono a macchia d’olio e che si rivelano letali quando chi ne viene colpito mangia pochissimo, beve pochi sorsi di acqua fangosa e ha appena compiuto i cinque anni.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Sudan