“La prego, scriva che qui c’è una
situazione di assoluta emergenza. Questo posto non ha più nulla di
umano. Siamo nel bel mezzo di una crisi umanitaria che potrebbe avere
conseguenze davvero drammatiche, se non si fa qualcosa”. Dal campo
sfollati di Kalma, in Darfur, Abdel Mint, operatore umanitario
sudanese, quasi strilla nel microfono del suo cellulare, graffiato da
una tempesta di sabbia che rende difficile la comunicazione. Ma le sue
parole arrivano chiare, precise, telegrafiche. Novantamila persone.
Fame. Denutrizione. Malattie. Mancanza d’acqua. Morte.
“Perdiamo una
media di cinque bambini al giorno – continua - in tutto il campo ci
sono solo cinque pompe per l’acqua”. Cinque pompe per novantamila
persone. Una media di una ogni quattordicimila. Mentre la dissenteria e
continue epidemie di colera rischiano di trasformare in un cimitero a
cielo aperto un gigantesco campo dove la popolazione cerca rifugio
dagli attacchi e dalle stragi. ”Macché rifugio – impreca Mint – qui
nulla è sicuro, non c’è protezione. L’altro giorno sono arrivati i
miliziani janjaweed (principali responsabili dei massacri, armati dal
governo di Omar al-Bashir contro le popolazioni del Darfur, ndr). Un
raid veloce e via, quasi trecento ragazzi sono spariti nel nulla”.
Il
campo di Kalma è una dei tanti agglomerati figli dalla guerra e della
fuga di chi non ha più nulla. Situato a pochi chilometri dalla città di
Nyala, nel Darfur orientale, con l’inasprimento del conflitto negli
ultimi mesi è cresciuto a dismisura, dando vita a un’emorragia di
sfollati che nessuna organizzazione umanitaria riesce a controllare. Un
paesaggio semidesertico fa da sfondo a capanne di sterpi e rami secchi,
dove mancano beni e servizi di prima necessità e dove intere famiglie
vivono di stenti nell’attesa che Nazioni Unite e comunità
internazionale si mobilitino in maniera efficace.
Nel frattempo, a duemila chilometri più a ovest, nella capitale
nigeriana Abuja, non stanno andando bene le trattative tra i
rappresentanti dei ribelli darfurini del Sudanese Liberation
Movement/Army (Sla/m) e del Justice and Equality Movement (Jem) con i
delegati del governo di Khartoum. Tuttavia l’incontro tra le parti, che
a oggi più che da un tavolo sembrano divise da un baratro, è comunque
andato meglio dell’ultimo tentativo fatto lo scorso nella capitale
etiope Addis Abeba, quando i ribelli hanno girato i tacchi ancor prima
di sedersi col nemico. Per questo il presidente nigeriano, Olosegun
Obasanjo, che è anche a capo dell’Unione Africana, li ha rivoluti ad
Abuja per farli confrontare. E per ribadire il suo ruolo di principale
mediatore africano alla comunità internazionale.
Tuttavia sembrano esserci ancora troppe discrepanze tra ribelli e
governo. Khartoum, che negli ultimi mesi ha subito sempre più pressioni
da parte delle potenze occidentali e delle organizzazioni
internazionali, avrebbe proposto un piano che prevede la creazione di
dodici zone di sicurezza monitorate dalla polizia. Il governo sudanese
ha inoltre promesso di disarmare i miliziani janjaweed (letteralmente
“i diavoli a cavallo”), che dal febbraio dello scorso anno hanno
provocato la fuga di un milione di sfollati, 130mila profughi e tra i
30 e i 50mila morti. Inoltre, nel primo pomeriggio di ieri, il ministro
dell’Agricoltura Majzoub al-Khalifa, portavoce del governo di al-Bashir
ad Abuja, ha annunciato l’intenzione di Khartoum di accettare il
dispiegamento di un contingente di peacekeepers africani in Darfur ma –
e questo è uno dei principali punti di attrito tra le parti – ha
chiesto che i ribelli vengano disarmati. “La risposta è no”, hanno
detto i due rappresentanti dello Sla/m e del Jem, Abdel-Whaid Mohamed
Ahmed el-Nur e Ahmed Mohammad Tugod.
In patria, nelle ultime ore, è arrivato anche il ministro degli Esteri
britannico Jack Straw, che ha chiesto di recarsi nel Darfur per
verificare se Khartoum si stia effettivamente impegnando per
smantellare la cavalleria assassina delle janjaweed.
Ma dai campi l’emergenza umanitaria continua a impensierire. Le pessime
condizioni igieniche in cui versano quasi 1 milione e 200mila persone,
tra profughi sudanesi fuggiti in Ciad e sfollati, sono foriere di
epidemie che si espandono a macchia d’olio e che si rivelano letali
quando chi ne viene colpito mangia pochissimo, beve pochi sorsi di
acqua fangosa e ha appena compiuto i cinque anni.
Pablo Trincia