08/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo sudanese ha accettato la mediazione dell'Unione africana per il cessate il fuoco
Darfur, in attesa dell'acqua“I negoziati di pace tra i combattenti del Darfur e il governo sudanese si terranno dal 23 agosto ad Abuja, la capitale nigeriana, sotto gli auspici dell’attuale presidente dell’Unione africana (Ua) e capo di Stato del Paese ospitante, Olusegun Obasanjo”. Lo ha detto Adam Thian, portavoce del’Ua.

Nella sua dichiarazione il rappresentante dell’Unione africana ha aggiunto: “I combattenti hanno confermato al presidente Obasanjo che saranno rappresentati al massimo livello e la stessa cosa ha sostenuto il governo del Sudan”.

I colloqui tra le parti erano interrotti dal 18 luglio. I delegati del Darfur avevano abbandonato il negoziato dopo che il governo sudanese aveva rifiutato procedere al disarmo dei miliziani filoarabi.

Intanto il presidente Omar el-Bashir avrebbe accettato il termine, fissato a partire dal primo agosto con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1556, per affrontare la crisi umanitaria nel Darfur e per dare avvio al disarmo delle milizie Janjawid, gruppo di origine e cultura araba e religione islamica, che combattono contro la popolazione indigena, nera e cristiana o animista. Tuttavia, le ragioni del conflitto non possono essere circoscritte ad un conflitto razziale o religioso.

L’accordo che vede protagonisti i Paesi africani prevede l’inizio dello smantellamento delle formazioni armate e l’invio di truppe dell’Ua, col compito di proteggere la presenza degli osservatori internazionali. In nessun caso, però, il governo di Khartoum accetterà forze straniere di interposizione per garantire la pace.

Il ministro degli esteri sudanese, Mustafa Osman, ha detto: “Occorre fare una distinzione tra tre categorie: gli osservatori, le truppe addette alla protezione degli osservatori e le forze di peacekeeping”. Se le prime due sono accettate dal governo la terza “è responsabilità esclusiva del Sudan”. Il protocollo siglato tra Onu e Khartoum impone al governo sudanese di fornire aree sicure a un milione di persone.

La Lega araba, dopo una riunione dei minbistri degli esteri dei paesi aderenti, ritiene necessario dare altro tempo al governo sudanese per risolvere la questione. Il ministro degli Esteri egiziano Ahmad Abul Gheit ha sostenuto che in trenta giorni neppure Washington potrebbe ottenere risultati e che 120 giorni sono un termine più ragionevole per cercare soluzioni.

In una conferenza stampa tenuta ieri al Cairo, il ministro degli esteri di Khartoum, Mustafa Osman Ismail, ha dichiarato: "Dove sono i 50mila morti di cui riferiscono le agenzie e la stampa occidentali? Ce ne saranno cinquemila, non di più. Chi ne parla venga a mostrarci le tombe, le fosse comuni". Il rappresentate del governo sudanese ha chiesto aiuti e cooperazione, ma ha escluso, per l'ennesima volta, di poter accettare truppe straniere sul territorio del suo Paese.

Da Roma gli risponde il Sudan Liberation Army-Movement (Slam): "Non vogliono soldati internazionali - dice Suleiman Ahmed -perchè hanno paura si scopra quello che è successo. Prendono tempo, mentre le operazioni militari continuano".

L’effettiva possibilità di disarmare le milizie dei ‘Janjawid’ è vista con diffidenza dallo Slam. Secondo l'esponente del gruppo “il governo ha organizzato un corpo militare, denominato Zeina, al comando del colonnello Ahmed al Madhi e al quale è stato affidato il compito di sequestrare le armi. Si tratta di un imbroglio, perché i soldati impiegati nell’operazione sono gli stessi Janjawid, ai quali il governo ha fornito uniformi e mezzi dell’esercito regolare”.

Suleiman, inoltre, smentisce con fermezza l'esistenza di una tregua: "Almeno fino a domenica scorsa abbiamo notizia di due attacchi. Il primo è avvenuto venerdì 6 agosto. Nei dintorni di El Fasher, tra Mellit e Nyala, quasi al centro del Darfur. Un gruppo di Janjawid ha attaccato un villaggio. Gli abitanti, agricoltori, erano fuggiti alcune settimane prima ed erano da poco tornati per riprendere a coltivare la terra. I miliziani hanno tentato di scacciarli e hanno ucciso sette persone. Venerdì sei agosto, invece, un gruppo di uomini dello Zeina è arrivato nel villaggio di Mellam, a nord di Nyala, alla ricerca di armi. Gli abitanti erano tutti civili e durante i rastrellamenti e le perquisizioni dieci persone sono state uccise. Prima di andare via i paramilitari hanno dato fuoco al villaggio".

Le notizie dello Slam, pur non confermate da fonti internazionali, lasciano intravedere uno stato permante di tensione nella zona e, secondo alcuni osservatori, solo l’attenuarsi dei combattimenti nei prossimi giorni permetterà di capire se el-Bashir, che appoggerebbe le milizie arabe, ha intenzione di fermare gli Janjawid.

La situazione nel Darfur è gravissima. Sulla base di stime ancora incerte i cittadini uccisi sarebbero dai 10mila ai 30mila, mentre un milione sarebbero gli sfollati e intorno ai 160mila i fuggitivi, tutti rifugiati nel confinante Ciad.

Amnesty international, in un suo rapporto dal titolo “Il rapimento arma di guerra: violenze sessuali e conseguenze” sostiene che “sono effettuati attacchi sistematici e illegali contro civili nel nord, nel centro e nel sud del Darfur da armati sponsorizzati dal governo e generalmente definiti ‘Janjawid’ o ‘Milizia araba’ e da truppe regolari che, con l’aiuto dell’aviazione sudanese, bombardano villaggi. In questi attacchi gli uomini vengono uccisi e le donne rapite”.

Le Nazioni Unite hanno ribadito la drammatica situazione dei campi profughi. Anne Wood, una funzionaria dell’Onu, ha detto alla Bbc che i rischi di epidemie sono molto alti mentre si nota un aumento dei casi di malaria, dissenteria e infezioni di vario tipo.

‘Dar’ vuol dire dimora e ‘Fur’ è il nome della maggioranza della popolazione che abita la regione nell’Ovest del Sudan. Il Darfur è abitato da popolazioni nomadi di origine araba e islamica e da neri africani: i Fur, già citati, i Masalit e gli Zaghawat.

Il rappresentante dell’Onu nella zona, Asma Jehangir, ha più volte criticato l’indifferenza del governo di Khartoum. Jan Egeland, coordinatore degli Affari umanitari delle Nazioni Unite, a proposito della crisi ha sostenuto: “L’aiuto non è sufficiente. È necessaria una soluzione politica: la pulizia etnica condotta dal governo sudanese non deve essere tollerata”.

Numerosi osservatori internazionali, smentendo el-Bashir, hanno testimoniato l’appoggio dell’esercito regolare alle bande a cavallo dei Janjawid e sembrano confermare il possesso da parte dei miliziani di armamenti e divise dell’esercito regolare, come dichiarano gli esponenti dello Slam. Un rapporto dell’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani documenta come nel Darfur esista "una continua violazione dei diritti umani prodotta dalla politica e dagli attacchi militari del governo del Sudan e dalle milizie alleate".

Roberto Bàrbera 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Sudan