03/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un piccolo contingente francese al confine tra Ciad e Sudan
Ribelle sudaneseUn piccolo contingente di 200 soldati francesi è stato dislocato al confine con il Sudan per fornire supporto logistico alle forze di frontiera contro gli sconfinamenti delle milizie janjaweed provenienti dal Darfur. Da tempo i guerriglieri, vero terrore della popolazione civile che abita la regione del Sudan occidentale, impegnano le autorità ciadiane con le loro incursioni oltre confine nelle tendopoli dei profughi sudanesi, che si trovano in zone isolate, difficili da monitorare e proteggere.

L’arrivo delle forze francesi, secondo l’Irin, l’agenzia di stampa delle Nazioni Unite, avrebbe anche lo scopo di creare un ponte aereo umanitario tra l’aeroporto della capitale N’Djamena e la città orientale di Areche, non lontana dal confine con il Sudan. Tra le due località corrono circa 700 km di strada sterrata, che nella stagione delle piogge diventano impraticabili, isolando i profughi e rendendoli facile bersaglio di epidemie.Il loro numero si aggirerebbe tra i 130 e i 150mila e le condizioni di molti di loro sono disperate. Ammassati nei campi allestiti da organizzazioni umanitarie internazionali, sono fuggiti da una guerra cominciata nel febbraio del 2003, quando i due gruppi ribelli del Darfur, lo Sla/m (sudanese liberation army/movement) e il Jem (justice and equality movement) si sono ribellati al governo arabo di Khartoum e del presidente Omar-al Bashir, per ottenere più infrastrutture in una zona che ne è quasi del tutto priva. Al governo interessa l’area perché è ricca di petrolio e di risorse naturali.

Tuttavia, invece di nuove scuole, strade e ospedali, la popolazione del Darfur, che è a maggioranza nera, si è ritrovata i villaggi infestati dai miliziani della janjaweed (lett. ‘diavoli a cavallo’), bande di mercenari che secondo molti osservatori internazionali sono legati a doppio filo con il governo sudanese. Quest’ultimo, secondo diversi osservatori e agenzie umanitarie, sarebbe responsabile di genocidio contro le popolazioni nere fur, massalit e zaghawa, oltre a diverse minoranze che abitano il Darfur. Khartoum ha sempre negato un coinvolgimento nella vicenda, ma la pressione esercitata dalla comunità internazionale – non ultimi Gran Bretagna e Stati Uniti – nelle ultime settimane si fa sempre più forte. E ieri la tensione diplomatica è aumentata ulteriormente, quando alcuni ufficiali dell’esercito sudanese hanno definito una “dichiarazione di guerra” la risoluzione del 30 luglio scorso delle Nazioni Unite, che dava trenta giorni di tempo al governo di al-Bashir per disarmare le janjaweed. “La porta della jihad è stata chiusa nel sud, ma potrebbe essere riaperta a ovest, in Darfur”, ha di recente dichiarato il generale dell’esercito sudanese, Muhammad Bashir Suleiman, che si è riferito ai recenti accordi di pace stipulati con i ribelli dello Spla nel Sudan meridionale, dove per 50 anni (gli ultimi 21 consecutivi) si è combattuta una guerra che ha causato la morte di 2 milioni di persone.

Secondo il governo filo-islamico di Khartoum, dunque, la crisi nel Darfur sarebbe un’esagerazione dell’Occidente, che – come per l’Iraq – starebbe preparando uno scacchiere bellico contro il regime di Omar al-Bashir. Il tutto mentre tra Ciad e Sudan si sta verificando quella che le stesse Nazioni Unite considerano la più grave crisi umanitaria del momento: 130mila profughi, tra i 30 e i 50mila morti secondo la Misna, oltre un milione di sfollati.

L’arrivo sul confine dei 200 soldati francesi, che rappresentano un quinto del contingente militare dislocato da Parigi nell’ex-colonia, è mirato a “scoraggiare ulteriori attacchi da parte dei diavoli a cavallo” in una regione che nelle ultime settimane è passata dal buio dell’anonimato mediatico alle prime pagine dei giornali. Ma potrebbe essere, secondo alcuni osservatori, il primo intervento delle potenze occidentali nella regione.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Sudan