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Il sogno di normalità della Guinea Conakry si è dissolto come un miraggio. A riportare alla realtà i suoi cittadini/sudditi ci ha pensato ieri il capo della giunta militare che governa il Paese, il generale Sekouba Konate che ha annunciato che le tanto attese elezioni presidenziali, previste per domenica 19 settembre, non si sarebbero svolte.
La transizione infinita. E' una transizione attesa da quasi sessant'anni, da quando gli abitanti del piccolo stato africano ottennero l'indipendenza ma non la libertà. Due lunghe dittature, di Ahmed Sékou Touré e Lansana Conte, sospese tra ferocia e paternalismo, un colpo di stato militare alla morte di quest'ultimo nel 2008 e una promessa di democrazia rimandata con le elezioni. Il 27 giugno si era svolto il primo turno, che aveva lasciato sulla scena i due leader principali e una valanga di polemiche e accuse di brogli, che hanno fatto deragliare il processo elettorale. Si sarebbe dovuto votare già il 18 luglio ma la giunta aveva deciso di rimandare il voto al 19 settembre. Mercoledì notte l'ennesima doccia fredda, dopo che solo lunedì lo stesso generale Konate aveva confermato che si sarebbe votato nella data prevista. Sono state ore febbrili, di consultazioni, minacce e giochi al rilancio. Alla fine, alla presenza del premier Jean-Marie Dore, i due sfidanti hanno accettato di buon grado di congelare ancora una volta la sfida. I due sono Celou Dalein Diallo e il suo Union of Democratic Forces of Guinea (Udfg) e Alpha Condé, leader del Rally for the People of Guinea (Rpg).
Foschi presagi. Le cose si erano messe male l'ulitmo week end prima del voto, quando si era accesa la scintilla della violenza tra le opposte fazioni. Era bastato un primo scontro con lanci di pietre e bastoni che i focolai si erano propagati velocemente in diversi distretti della capitale Conakry: a Mafanco, Hamdallaye e Dixinn. Mentre i due partiti giocavano allo scaricabarile, le autorità contavano un morto e 51 feriti e decidevano per un'immediata sospensione della campagna elettorale, per disinnescare altre esplosioni di violenza collettiva. Troppo tardi, il clima si era fatto incendescente. Ma le nuvole erano già tutte all'orizzonte. Ad esasperare gli animi aveva contribuito, qualche giorno prima, la condanna ad un anno di carcere di Ben Sekou Sylla e di El Hadj Boucacar Diallo, rispettivamente presidente e vicepresidente della Commissione elettorale. I due sono stati incriminati per i brogli che avevano accompagnato il primo turno: hanno annullato arbitrariamente 600 mila voti per il leader dell'Rpg. Sentenza che equivaleva ad una ammissione delle irregolarità denunciate dai candidati eliminati ma anche da Condé. Le voci su un possibile posticipo del voto, che già filtravano dagli uffici del premier, si sono fatte più insistenti quando nelle prime ore di martedì 14 si è diffusa la notizia della morte in un ospedale parigino di Sylla, uno dei due commissari condannati.
La speranza del futuro, l'ombra del passato. E' una distanza umana quella che separa Diallo dallo sfidante. Il primo è un uomo del passato, più volte primo ministro sotto la presidenza-dittatura di Conte, del quale Condé, al contrario, è stato un fiero oppositore e come tale costretto all'esilio. Il fatto che non fosse compromesso con il passato regime sembrava spianargli la strada verso un'elezione sicura, ma poi al primo turno aveva raggranellato un misero 18 per cento, contro il 44 di Diallo. Da qui, il forte sospetto di brogli. Ma le differenze politiche, come spesso accade in Africa, hanno anche (o soprattutto) una radice etnica, dal momento che i due appartengono a tribù diverse. Diallo è un Peul mentre Condé è un Malinke, l'etnia che è stata più duramente repressa. La situazione non è migliorata quando, alla morte di Conte, nel 2008, si era instaurata una giunta militare, guidata dal capitano Dadis Camara, che aveva promesso la transizione verso la democrazia. Promessa rimangiata, tanto che una manifestazione contro di lui, confluita nello stadio di Conakry, era stata repressa nel sangue: in quell'occasione si contarono 150 morti, circa duemila feriti e un migliaio di stupri. Una pagina nerissima che risale solo al settembre scorso. Poi tutto accadde molto velocemente: l'attentato a Camara ad opera del suo vice, il ricovero all'estero del primo e la fuga del secondo, l'arrivo al potere del generale Sekouba Konate, la marginalizzazione nell'esercito di tutti i fedeli del predecessore e la promessa di una svolta democratica. Rimandata anche questa volta, mentre cresce la paura che la violenza politica possa trasformarsi in etnica e dare ai generali un ottimo motivo per tenere il potere.
Alberto Tundo