12/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Si conclude il raduno nazionale di Emergency a Firenze, con un documento che fa appello al valore dell'uguaglianza come fondamento delle azioni future

"Mi sento tre centimetri più alta di quando sono arrivata qui, e credo sia una sensazione diffusa": esordisce così il presidente di Emergency, Cecilia Strada, alla Plenaria conclusiva del raduno nazionale dell'organizzazione, raccogliendo gli applausi dell'auditorium gremito di volontari. "Ci hanno detto che siamo un po' duri, un po' pessimisti, con il manifesto che abbiamo presentato. Ma ho letto sul giornale che è stata inaugurata la prima scuola federalista e leghista, ad Adro, in provincia di Brescia, dove i bambini che non mangeranno carne di maiale possono starsene a casa. Di fronte a queste cose, io non penso che siamo duri, anzi, siamo anche troppo morbidi". Alessandro Bertani, vicepresidente dell'organizzazione, ha sottolineato il 'grande successo', di un "raduno che deve essere l'inizio di qualcosa di nuovo, come le facce nuove e giovani che ho visto quest'anno. Ciò significa che Emergency è viva e capace di attrarre nuove forze. E' un segno di speranza. Ho incontrato persone che sono rimaste fuori al Palamandela che mi hanno detto 'non importa se non sono riuscito a entrare, sono contento lo stesso'. In Emergency l'utopia si è sempre chiamata progetto. Il progetto diventa programma e questo diventa pratica. La pratica si traduce in fatti. Il Poliambulatorio di Marghera e i due ambulatori mobili sono una dimostrazione di questo. Dell'utilità sociale dell'organizzazione, della quale ci dobbiamo far carico tutti, affinché questa si traduca in responsabilità".

Per Gino Strada, fondatore di Emergency, "il documento viene a distanza di due anni dal manifesto sulla medicina basata sui diritti umani. E' una riconferma dei fondamenti del nostro lavoro, che coincidono con i fondamenti di una società civile, perché lo scopo della medicina è in fondo quello di fare stare bene, così come lo scopo di una società civile è far vivere bene i cittadini. Abbiamo definito i princìpi insistendo molto sul senso dell'eguaglianza. Da domani dovremo incominciare a porci il problema di come questo documento possa stimolare una riflessione tra i cittadini. Immagino le reazioni. Credo che molti diranno che il documento è un'utopia. Io so che le utopie sono le cose che non si sono ancora realizzate. Nel XVII secolo la fine della schiavitù era un'utopia. L'utopia è qualcosa che non si è ancora fatto e che si deve fare. Io la considero come una urgente, urgentissima priorità. Dobbiamo riuscire a cambiarlo questo mondo - e non sto delirando -, non solo ad auspicarci che possa cambiare, perché non c'è più molto tempo prima della catastrofe. E la catastrofe succede, prima o poi. Come nella vignetta di Vauro su Emergency e la battaglia per la pace: la colomba, il ramoscello di ulivo in bocca e il peperoncino nel culo. Noi abbiamo il ramoscello di ulivo in bocca, dobbiamo fare il resto. Dobbiamo avere fretta. In Italia io oggi non vedo un'associazione che possa innescare questo processo, al di fuori di Emergency. Non vedo altri che possano raccogliere quattrocentomila firme, come è accaduto per la liberazione dei nostri operatori in Afghanistan. Non vedo organizzazioni che fanno dibattiti come i nostri, dove il numero dei partecipanti è sempre superiore alla capienza delle sale che li ospitano. Bisogna operare una chirurgia mentale per dimenticarci del mondo reale. Non significa essere sognatori o pirla: se continuiamo ad avvitarci nella logica del mondo reale si resta in un circolo vizioso di delusione, frustrazione, immobilità. E' il momento di cominciare a fare 'come se'... Bisogna fare come se chi ha calpestato questi diritti e questi principi non esistessero, non fossero gli interlocutori, i punti di riferimento. I punti di riferimento sono i nostri concittadini. Bisogna appassionarsi a questo mondo, amare i progetti prima ancora di farli. Ed è quello che succede anche per i nostri ospedali. Il centro di Khartoum resterà nella storia dell'Africa. Se non lo avessimo amato, questo progetto non avrebbe preso corpo. E' un'utopia delle possibilità. Non sarà facile, ci vorrà tempo. Io non la vedrò, ma credo che lo dobbiamo a chi oggi ha vent'anni, a chi oggi ha un anno. Non si può passare un testimone schifoso alle nuove generazioni. La staffetta di civiltà dei nostri padri si è interrotta. L'impegno di Emergency, il prossimo anno dovrà essere quello di diffondere quel manifesto. Come? Nell'unico modo possibile, col nostro lavoro pratico di costruzione di diritti umani anche in Italia. Ricevere in mano il volantino ha un effetto diverso che darlo a chi è stato curato, visitato, ascoltato in uno degli ambulatori mobili. Bisogna mettere insieme queste due cose: la pratica dei diritti umani e la comprensione della valenza di questa pratica. Il nostro non è un manifesto ideologico, ma un cartellino con il gruppo sanguigno, o la dichiarazione della donazione di organi. Questi sono i nostri valori e non sono negoziabili. Se riusciamo nella realizzazione di questo progetto, allora buon viaggio, Emergency".

Luca Galassi

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