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Sara, Trieste. Volontaria da due anni. È seduta al sole, sul prato del Palazzo dei Congressi, in uno dei pochi momenti di buco del fitto programma che la Ong ha preparato per i suoi iscritti. È felice di poter dire la sua sul Manifesto che Gino Strada ha presentato in questo Nono incontro nazionale di Firenze. "Sostengo Emergency da tanto, poi ho scelto di fare il passo. Il Manifesto Il mondo che vogliamo è un modo di far politica con la P maiuscola. Mi interessava soprattutto la politica del fare. Questo è Emergency. Questo il senso del manifesto, che non è una novità. È mettere nero su bianco qualcosa che già c'era. È una manifestazione d'intenti. Fare politica slegati dai partiti. Ora bisogna vedere a cosa porterà. Cosa diventa Emergency ora. Mi pare di aver colto la sensazione di trasformarci in soggetto politico, non come partito ma come movimento in senso lato. E questo mi piace molto. Il fatto di poter organizzare qualcosa in autonomia e a quel punto è la politica partitica che si avvicina a noi. Ecco, questo ribalta la visione delle cose, perché sono loro che devono starci dietro. Soggetto politico in questo senso. Ed è quello che speravo".
Accanto a lei Giulia. Stesso gruppo. "Sono volontaria da un anno e mezzo e la ragione per cui mi sono avvicinata a Emergency è che potevo avere la possibilità di fare politica alta. Questo manifesto rende dunque le cose molto più chiare. Penso di aver percepito, però, un po' di perplessità. Ma la cosa che non dobbiamo scordare è che per noi non è niente di nuovo. Per noi questo Manifesto è banale. Lo viviamo, lo mettiamo in pratica. Questo Manifesto serve agli altri. Ed è uno stimolo, comunque, per noi che lavoriamo dietro ai banchetti, che rappresentiamo Emergency ogni giorno a comunciarli questi principi, a diffonderli. Per questo mi aspetto che ora ci dicano cosa dobbiamo fare, che ci aiutino a migliorare il nostro modo di interagire con chi è altro da noi e per fare in modo che la gente vada oltre l'acquisto di una maglietta logata. Aspettiamo dalla sede i mezzi per poter mettere in pratica il Manifesto e diffondere la cultura di pace".
Poco più in là, con scanzonata allegria, un gruppo di gente si scambia battute e pacche sulle spalle. Bivaccano nella pausa caffè, faccia al sole. Fra tutti Maria Cristina, capelli corti e brizzolati. Occhi azzurri. È con Emergency da sette anni. "Sono di Livorno", sussurra, timidamente. Poi si scioglie. "Il manifesto? Niente di più logico. Finalmente è maturato quel che da sempre è nell'aria. Finalmente è nato. Era ora. Che dirti di più. Non voglio incartarmi nelle parole. Voglio solo dirti che sono felice di questo ulteriore passo, siamo frastornati ancora, ma presto saremo pronti per continuare". Intorno solo sorrisi. Nessuno manifesta dissenso. Questo a ribadire che le parole de Il mondo che vogliamo non sono che un elenco di banalità per gli emergenciani. "E' come aver stilato il nostro alfabeto", sorride Andrea.
Guido è di Pisa. "Sono un pisano in mezzo ai livornesi - dice sorridendo accennando alla storica rivalità fra le due città toscana - Siamo contenti del Manifesto perché ci dà occasione di riparlare, di comunicare, di sottolineare cos'è la nostra idea di pace. E il fatto che il Manifesto sia banale rende tutto ancora più difficile, perché nel nostro paese è il banale a essere utopico. Ma questo ci stimola e soprattutto il messaggio di essere operativi noi come singoli, senza aspettare che altri facciano le cose per noi. Questo me lo ripeto spesso. E da oggi ancora di più. Miglioriamo noi nel nostro piccolo e il mondo migliorerà con noi. Il Manifesto è fantastico. Una bella occasione di mettere in pratica la nostra idea di pace. Speriamo di usarlo bene. Il mio impegno è farne intanto una gigantografia e appenderla in ufficio, in modo da costringere chiunque entri a leggerlo, almeno. Un bell'invito a riflettere".
"Sono figlia di un volontario di Emergency. Mio padre la segue da cinque anni", ha quindici anni Agnese, e viene da Roma. È uno dei tanti volti nuovi dell'associazione. Molti quest'anno. "Sono appena arrivata e sto pensando se iscrivermi o meno. Ma devo dire che mi trovo molto bene con la gente. E penso sia già qualcosa". Sussurra la biondina dal cappello sulle ventitré. E si guarda intorno. "Sul Manifesto non ho molto da dire ancora. Ne parlo con mio padre. Devo prendermi un po' di tempo". Seduta con lei, Caterina, 27 anni. Romana anche lei. "Sono dieci anni che sono in Emergency e penso che tutto quello che è stato scritto è dentro di me. Ma lo sento come messaggio rivoluzionario per chi non è qui con noi, per chi queste cose non le ha assorbite. Per chi vive nella società che non mastica questi principi. Penso che in questa società basata sull'apparenza, essere chiamati a essere concreti e rendere concreti principi di pace e di vera democrazia sia un privilegio.
Stella Spinelli