21/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono falliti i negoziati di Addis Abeba per fermare la tragedia sudanese
Donna sudanese“Ce ne andiamo, le trattative terminano qui”. Su questa affermazione, pronunciata dal portavoce dei ribelli del Sudanese Liberation Army/Movement (Sla/m), Ahmed Hussein Adam, si sono infrante le già fragili speranze di pace per la regione del Darfur, teatro di una guerra che da un anno e mezzo a questa parte ha avuto conseguenze catastrofiche sulla popolazione civile.

L’incontro tra i rappresentanti del governo del presidente Omar al-Bashir e i miliziani dello Slam e del Justice and Equality movement (Jem) era uno dei punti più importanti fissati nell’agenda del meeting dell’Unione Africana che si sta svolgendo nella capitale etiope Addis Abeba. Entrambe le parti avrebbero dovuto gettare le basi per un dialogo che cominciasse a infondere una goccia di fiducia reciproca nel fiume di odio che le separa. La stessa fiducia che era venuta a mancare negli ultimi mesi, quando un accordo per il cessate il fuoco di 40 giorni, siglato l’8 aprile scorso, veniva rotto, poche ore dopo l'entrata in vigore, dal fragore di elicotteri da guerra governativi e di colpi di mitragliatori ribelli.

I rivoltosi del Jem e dello Sla/m, insorti nel febbraio del 2003 contro Khartoum per chiedere maggior impegno da parte governativa alle infrastrutture disastrate della loro regione (mancano strade, scuole e ospedali) hanno voltato le spalle ai negoziati ancora prima che cominciassero. I rappresentanti governativi non hanno infatti accettato le pre-condizioni poste loro dai gruppi armati del Darfur. Tra esse figuravano le richieste di avviare un’inchiesta da parte di osservatori internazionali sulle stragi che avvengono sistematicamente ai danni delle popolazioni Fur, Zaghawa, Massalit e di altre minoranze nere nella regione. Oltre a ciò, c'era la pretesa di trovare un’altra sede per discutere i negoziati, dato che l’Etiopia stessa viene additata come collaboratrice del governo sudanese.

“Non abbiamo alcuna intenzione di accettare i requisiti imposti dai ribelli – ha dichiarato il portavoce del governo di Khartoum, Ibrahim Ahmed Ibrahim – è una tattica per prendere tempo. Non sono seri”. Una risposta dura, anche se il ministro degli Esteri sudanese, Mustafa Osman Ismail, avrebbe dichiarato di essere aperto a nuovi colloqui. Il primo tentativo ha tuttavia fatto registrare un fallimento, chiaro segnale dell’impasse generata dall’incomunicabilità tra le due parti.

“E’ una situazione davvero molto difficile e delicata”, commenta da Parigi il sudanese Rashid Said Yacoub, caporedattore presso l’Institute du Monde Arabe. “Le ferite sono ancora fresche, non è facile trovare un accordo. Tuttavia è necessario che il governo sudanese si impegni per primo per rispettare gli accordi del cessate il fuoco e per disarmare le milizie assassine nel Darfur. Se faranno così, acquisiranno credibilità con i ribelli e con la comunità internazionale. Oppure questa guerra non finirà mai”.

Intanto, nella regione semidesertica del Sudan occidentale continuano i massacri della popolazione civile, che ha pagato il conto più salato di questo conflitto. Le cifre sono approssimative ma sono sufficienti a rendere l’idea della portata degli orrori che avvengono quotidianamente nei villaggi. In 17 mesi di guerra i morti sono stati almeno 30mila (una media di quasi 60 al giorno), i profughi scappati nel vicino Ciad 130mila, gli sfollati un milione. Su di loro incombe l’incubo delle milizie filo-governative della Janjaweed, letteralmente i “diavoli a cavallo”. Si tratta di gruppi paramilitari che razziano la zona uccidendo, depredando e lasciando migliaia di ettari di terra bruciata dietro a sé. I loro attacchi, dietro ai quali – secondo molti – c’è la lunga mano del governo di al Bashir, hanno indotto alcuni osservatori ed esperti a parlare di genocidio e pulizia etnica ai danni delle popolazioni nere del Darfur. Un’ipotesi che ha preoccupato anche gli alti quadri del Palazzo di Vetro, che hanno cominciato a interessarsi della questione, forse memori dell’atteggiamento inerme con cui affrontarono la carneficina ruandese dieci anni fa. E sono stati proprio gli inviati delle Nazioni Unite nel Sudan occidentale a indicare il Darfur come prima della poco confortante lista di zona con la peggior crisi umanitaria sulla terra. La presa di posizione ha tuttavia creato aspettative sul ruolo nella vicenda dell’Onu, che ora non può esimersi dall’intervento immediato.

L’ultima organizzazione internazionale a denunciare la situazione umanitaria in Darfur è stata Amnesty International, che ha confermato quello che alcune ong sudanesi sostengono da tempo. E cioè che una delle armi più usate in questo conflitto non uccide solo fisicamente, ma anche e soprattutto psicologicamente: lo stupro di massa. Sono sempre più i casi di donne, ragazze e bambine che fuggono, trascinandosi sui gomiti o a dorso del mulo, da alcune strutture adibite a lager di violenze di gruppo. Una pratica comune a tante guerre e non meno atroce nei villaggi del Darfur, tra le sabbie e le dune di località sperdute e difficili da rintracciare. Il rapporto di Amnesty, intitolato Darfur: Rape as a Weapon of War (Darfur: lo stupro come strumento di guerra), cita decine di casi di violenze già enumerati in precedenza dalla Soat (Sudanese organisation against torture) che delineano l’ombra dello stupro etnico.

Eppure non tutti sembrano essere d’accordo nel definire “genocidio” quello che sta avvenendo nel Darfur. Tra questi c’è il francese Marc Lavergne, ricercatore presso il Centre national de la recherche scientifique ed esperto in geopolitica del mondo arabo. Secondo i suoi studi, quella del Darfur non sarebbe una guerra 'etnica', ma semplicemente un ‘conflitto tra poveri’. “Troppo spesso sento usare l’aggettivo ‘etnico’ per quanto riguarda le stragi del Darfur – dice Lavergne, che ha lavorato nell’università di Khartoum negli anni Ottanta – e questa definizione rischia di essere fuorviante. Non si tratta semplicemente di milizie arabe contro la popolazione nera. E non è uno scontro di razze, ma una lotta che affonda le radici nella storia delle dispute tra comunità stanziali e popolazioni nomadi di cultura araba. Il governo sudanese usa gli uni contro gli altri, nel tentativo di imporre il proprio controllo sulla regione e sulle sue risorse. I miliziani della Janjaweed sono semplici mercenari provenienti dalle classi meno abbienti della popolazione. Spesso hanno perso tutto e uccidono per guadagnare qualcosa. Tuttavia non hanno mai rivendicato ideologie legate al pan-arabismo, con il quale non hanno nulla a che fare. Si tratta dunque di una lotta fra poveri, sfruttata da chi ha il potere e i mezzi per farlo”.

La pace nella travagliata regione al confine tra Ciad e Sudan sembra comunque lontana, almeno stando agli ultimi fatti di Addis Abeba, nei quali entrambe le fazioni hanno mostrato il loro lato più duro e intransigente. Il timore è che questo sia solo l’inizio di un lungo braccio di ferro, durante il quale la popolazione del Darfur continuerà a morire e a fuggire. A fine maggio scorso, i rappresentanti di Khartoum siglavano uno storico accordo di pace con i ribelli dello Spla, ponendo di fatto fine alla guerra nord-sud che ha lacerato il Sudan per cinquant’anni e due milioni di vite: una vittoria, per chi ha assistito alle tanto sospirate strette di mano a Navaisha, in Kenya. Sempre che, anche per il Darfur, non si debba attendere così tanto.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra
Luogo: Sudan