10/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il mondo dell'Islam reagisce alle provocazioni del pastore della Florida. Manifestazioni in tutto l'Afghanistan

Può sembrare un paradosso che il capo di Stato più potente del mondo debba trattare con un pastore della Florida per evitare conseguenze disastrose per la sicurezza dei soldati schierati in Afghanistan. Ma è proprio così. Le attenzioni di Washington, della Casa Bianca e del Pentagono, sono rivolte tutte su una piccola cittadina della Florida, Gainsville, e sul pastore dai baffi a manubrio Terry Jones. A tranquillizzare Barack Obama e il segretario della Difesa Robert Gates non bastano le ultime dichiarazioni secondo cui il "Burn a Koran Day" sarebbe stato cancellato. Già una volta, infatti, Jones aveva annullato il falò dei Corani per fare poi un'immediata marcia indietro. Robert Gates ha dovuto alzare il telefono per parlare con Jones e spiegargli le prevedibili e terribili conseguenze, a livello globale, di un simile gesto. Barack Obama, nel corso di un'intervista all'Abc si è rivolto direttamente al pastore "se mi sta ascoltando in questo momento", perché desista dal compiere un "atto devastante" che gonfierebbe le fila di Al-Qaeda rafforzandone il suo manifesto di odio antiamericano. Che Jones ci ripensi ancora una volta o meno, l'effetto ulteriormente divaricante tra il mondo occidentale e quello dell'Islam, si è comunque concretizzato. A sottolinearlo non sono solo gli ambienti estremi e radicalizzati, ma anche i governi di molte nazioni islamiche: Indonesia, Malesia, Iraq, Afghanistan hanno stigmatizzato il comportamento irresponsabile di Jones che offende il sentimento religioso di un miliardo e mezzo di persone. Dall'altro lato Hezbollah ammonisce la Casa Bianca che verrà ritenuta complice e responsabile del falò dei Corani se non dovesse intervenire per fermare la protesta di Jones. Anche le cancellerie occidentali, preoccupate per un impennata di violenza, condannano le idee "gravi, ripugnanti e oltraggiose" del pastore di Gainsville.

In Afghanistan le proteste in strada si moltiplicano ora dopo ora. Il messaggio giunto nelle 34   provincie del paese ha il sapore di una nuova e più grave dichiarazione di guerra che potrebbe scatenare un jihad popolare contro gli stranieri presenti sul territorio. Le migliaia di persone che si sono radunate nelle città, le sassaiole contro la base Nato a comando tedesco di Badakhshan finite con la morte di un manifestante, le marce a Kabul,  Farah, Baghdis, Ghor e Herat non fanno che complicare una già ingarbugliatissima gestione dell'ordine pubblico.

Il sasso lanciato nell'acqua cheta di una provincia statunitense, ha già scatenato uno tsunami nella parte di un altro mondo, a poche ore dalla fine del Ramadan.      

 

 

Nicola Sessa

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