09/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Una questione di politiche che tutelino la sua natura libertaria e di equilibri con altri diritti, come quello alla privacy

La Rete è democratica di per sé o ha bisogno di politiche che la sostengano? E tale democrazia, leggi trasparenza, non è per caso un po' troppa, quando mette nei guai gli individui nella loro realtà non virtuale, ma fisica, totalmente materiale?
Firenze Fiera, meeting nazionale di Emergency, PeaceReporter organizza un incontro incentrato sulle libertà digitali con il professor Stefano Rodotà, giurista ed ex garante della privacy, e Arturo Di Corinto, giornalista e mediattivista.

La Rete è uno strumento potenzialmente democratico ma attenzione - avverte Rodotà - è oggetto di attenzione di chi vuole esercitare censura e controllare le persone e di chi vuole anteporre le logiche di mercato al suo utilizzo civile. "La tecnologia apre le porte, il capitale le chiude", per cui è necessario valorizzare i due aspetti che hanno già reso internet democratica. Primo, il fatto che abbia abbattuto il monopolio dell'informazione dall'alto e che l'abbia resa orizzontale. Secondo, la sua capacità, nata con il movimento di Seattle, di creare organizzazione per persone che poi si riuniscono e manifestano materialmente.
La Rete va quindi utilizzata al massimo delle sue potenzialità e al tempo stesso tutelata con una costituzione simile a quella che nel 1789, in Francia, sancì i diritti universali dell'individuo, del cittadino.

Ma non c'è il rischio che le manifestazioni organizzate in rete siano puramente virtuali, senza nessun impatto sulla società "reale"?
Non si capirebbe perché tanti governi cerchino allora di limitarla - sostiene Di Corinto. La Rete è una meravigliosa piattaforma per mobilitazioni su temi specifici, un esempio è il No-Berlusconi Day, che raccoglie un popolo assai eterogeneo ma con idee molto chiare.
Contrariamente a quanto si pensa generalmente, Internet non nacque come progetto militare, bensì come uno strumento del governo americano, ai tempi di Eisenhower, per ridurre quello che si pensava fosse il ritardo tecnologico rispetto all'Urss. Si scelse un progetto civile, basato cioè sull'idea di far circolare informazione al riparo dai blackout, per scopi alti: pace, cultura, comunicazione universale. E poi si incontrò con le controculture.
Ma per proteggere la sua natura democratica, bisogna tutelarla dagli appetiti delle multinazionali e dei governi.

E questa libertà non rischia di andare contro la tutela delle persone fisiche? pensiamo al caso Wikileaks, con la pubblicazione dei nomi di afghani che hanno collaborato con gli occupanti e gli inevitabili pericoli che adesso corrono queste persone.
Secondo Rodotà bisogna recepire il concetto di "accesso selettivo". Wikileaks è meritevole come fu meritevole chi svelò, ai tempi della guerra del Vietnam, il fatto che l'incidente del Golfo del Tonchino era stato provocato dagli Usa, ma ci vuole responsabilità verso le singole persone.
Per cui non possiamo additare alla pubblica opinione chi magari è stato costretto ad accettare un ricatto. La parte di informazioni che riguarda chi può subire danni per la vita non deve essere disponibile per tutti, bensì a disposizione di chi vuole aprire un'inchiesta, come per esempio una commissione parlamentare.
Il che ci rimanda al problema dell'anonimato, che è uno strumento di libertà così come la trasparenza. Per cui, compito della democrazia è proprio quello di trovare un equilibrio tra questi due estremi, segretezza assoluta e trasparenza assoluta.
Per Di Corinto, questo equilibrio si trova quando il giornalismo dal basso e la possibilità di pubblicare tutto si incontra con il giornalismo professionista e il codice deontologico. Esperienze come Wikileaks, ma anche l'italiana Openpolis - che informa con totale trasparenza sui nostri politici - sono fondamentali quando scuotono le redazioni, perché chi ci sta dentro, spesso, si autocensura.

Gabriele Battaglia

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