12/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre il Paese aspetta l'esito del referendum costituzionale, il partito dei curdi può essere decisivo tra islamisti e kemalisti

scritto per noi da
Alessandra Mainini

Alla sede centrale del Barış Demokrasi Partisi (Bdp), Partito Democratico della Pace di Istanbul c'è parecchio fermento. Il partito raccoglie i consensi del popolo curdo e siede in parlamento con venti seggi. Tra il partito liberal-islamista del premier Erdoğan e i kemalisti conservatori di  Chp e i nazionalisti di Mhp e , il Bdp è forse l'unico gruppo parlamentare a fare la differenza.

Come si vede dalla via intrapresa in occasione del referendum del 12 settembre, promosso dalla maggioranza, per la riforma della costituzione: al Bdp la dicotomia tra sostenitori del sì (Akp di Erdoğan) e quelli del no (kemalisti) sta molto stretta e ha optato per il boicottaggio. La vittoria del sì dovrebbe creare le condizioni per prevenire un nuovo colpo di Stato. Voci maliziose vogliono il partito deciso a cambiare strategia all'ultimo momento, ma la campagna per il boicottaggio continua.

La sede del partito si trova nel vivace quartiere di Tarlabaşı. Quando arriviamo c'è una riunione in corso che sembra non finire mai. Le voci dei bambini dalla strada coprono talvolta quella di Çiğdem Kılıçgün Uçar, segretaria provinciale del partito. La incontriamo per fare il punto in un momento cruciale: da un lato il referendum per il cambiamento di una costituzione che è quella che proviene dal colpo di Stato del 1980, dall'altro i segnali di apertura di un dialogo fra guerriglieri e governo. Un partito che lotta per la democrazia ha molto da dire in proposito.

Partiamo dall'argomento più caldo: il referendum. Voi invitate i vostri elettori al boicottaggio. Non temete che questo renda più semplice la vittoria del sì e quindi un rafforzamento dell'AKP ?
Il dibattito politico intorno a questo referendum è lo specchio di un atteggiamento ricorrente nella politica turca: ci sono due approcci, due posizioni, due poli; o stai da una parte o stai dall'altra, senza mediazione. Nella politica turca non c'è modo di uscire da questa attitudine con il risultato che sembrano esistere solo le due opzioni rappresentati dal sì e dal no. Crediamo che ci sia un bisogno urgente di una costituzione democratica. Ci sono persone che hanno lottato, che hanno subito arresti, torture. Hanno aperto la via per cambiare le cose in Turchia e da loro bisogna partire per poter cambiare la costituzione. Erano socialisti, persone di sinistra. Gente che credeva davvero nella democrazia. In questa nuova costituzione proposta dall'AKP non c'è traccia di loro, delle loro richieste.
Quando è emersa la posizione del boicottaggio si è diffusa un'idea secondo la quale avrebbe finito per favorire il sì; poi si è diffusa l'idea omologa e contraria che il boicottaggio avrebbe favorito il no. Ma credo che questa sia una visione ristretta della situazione. Io credo che in Turchia la società non sia interessata, non segua attentamente cosa succede nell'ambito politico. Perché dico questo? La gente favorisce il sì e dice che lo fa perché crede nel cambiamento. È come se fosse la prima volta che si fa un cambiamento nella costituzione. Questa sarebbe in realtà la diciassettesima volta. Finora sono stati cambiati 85 articoli, senza portare alcun effetto sui vari settori della società. Il cambiamento non passa per il sì. Noi siamo contro il sì perché ci sembra un risultato che rafforza l'AKP. Dall'altra parte siamo contro il no perché la posizione di CHP e MHP è quella di opporsi ad ogni cambiamento politico. C'è da dire poi che in un paese così ricco culturalmente ed etnicamente non si può avere una costituzione che proviene dal colpo di stato.

Qual'è stata la reazione del vostro elettorato all'invito a boicottare?
Immagino che facciate questa domanda per via delle recenti chiacchiere mediatiche sul opportunità che il BDP sia passato al sì. Nella stampa nessuno parla del boicottaggio ed è come se non si possa far altro che scegliere fra il sì e il no. Ribadisco che noi siamo totalmente con il boicottaggio.
La stampa presenta un BDP indeciso. Da 15 giorni stiamo facendo eventi di piazza a favore del boicottaggio e la partecipazione della gente è grande.

Cosa mi dice invece dei tentativi dell'Akp di adescare i vostri elettori facendo comizi nel sud-est?
Il BDP ha una tradizione politica e una cultura ben precise e i nostri elettori sanno riconoscere cosa è vero, a chi dar retta. Non abbiamo nessun timore di vederci sottrarre consensi dai tentativi dell'AKP. E i curdi sanno che Kılıçdaroğlu [nuovo capo, etnicamente curdo e alevita, del CHP, NdA] dice una cosa ad Ankara poi cambia il suo discorso quando viene a Van o a Dersim [Tunceli, NdA] come fa Erdoğan quando viene a Diyarbakır rispetto a quello che dice ad Eskişehir.

La recente ammissione del governo circa i continui contatti fin qui intrattenuti con Öcalan in prigione, fa parte di questo tentativo di avvicinare l'elettorato curdo?
Non c'è solo il referendum. In questo Paese i giovani muoiono in guerra. Ritengo che trattare con Öcalan risponde ad un bisogno persistente: quello di risolvere la questione curda. Öcalan è la chiave per una svolta in questo senso. Noi sosteniamo il bisogno di dialogo da sempre, e continueremo a farlo.

Dunque si tratta di un passo in avanti nella costruzione di una trattativa con il PKK?
Per poter parlare di un vero inizio in questo senso ci dovrebbe essere un passo più concreto, ufficiale. Sembra che l'AKP non si voglia prendere la responsabilità di questi contatti con Öcalan: ad esempio ha tenuto a precisare che a parlare con lui in prigione è stato lo Stato [o meglio il MIT, i servizi segreti, NdA] e non si trattava di una volontà del partito.
Per poter parlare di inizio di una trattativa l'AKP o il governo devono dichiararlo apertamente e ufficialmente.

Riguardo ai termini di questa trattativa, secondo voi le richieste del PKK sono sufficienti o il popolo curdo avrebbe bisogno di qualcosa di più?
Non posso parlare a nome di tutti i curdi, ma certamente come rappresentante di questo partito. Prima di iniziare la campagna per il referendum avevamo parlato di 1500 ragazzi che sono ancora in galera. Sono le conseguenze della legge anti-terrorismo (TMK) [che nell'applicazione della pena equipara bambini e adulti, NdA] promulgata da questo governo . Volevamo un intervento deciso su questo punto. Inoltre volevamo che cambiasse il concetto secondo cui chiunque vive in Turchia sia considerato come un turco. Volevamo che si abbassasse lo sbarramento del 10% per l'entrata in parlamento di un partito. Nessuna di queste richieste è stata considerata come una proposta. L'anno scorso ad ottobre sotto il nome "gruppo di pace" sono entrate 30 persone dai confini della Siria con la garanzia che non sarebbero stati condannati. Nutrivamo molte speranze in questo avvenimento. A seguito di una protesta nella società civile però dieci di queste persone sono state arrestate e 20 hanno dovuto lasciare il paese. La Turchia è pronta per la pace ma lo devono essere anche le persone che governano il paese.

Qual è il limite tra difesa della causa curda, dei diritti umani e nazionalismo?
Assomiglia ad una domanda che ci hanno già fatto in un'intervista alla Cnn. Se chiamiamo in causa il concetto di etnia possiamo considerare anche AKP e CHP come etnicamente connotati, difendendo i diritti di un'etnia. I curdi sono un gruppo etnico che non può vivere apertamente la propria cultura, non può parlare la propria lingua apertamente e quindi può considerarsi come un gruppo etnico oppresso. Per questo noi certamente lavoriamo sui diritti umani senza definirci come un partito che difende solo i diritti dei curdi.
Ricordo i conflitti fra turchi e curdi che sono scoppiati a Inegöl e Hatay. I curdi là sono in minoranza e sono stati attaccati pesantemente. Sono emigrati in queste zone dai loro paesi di provenienza. Parlare di una piccola guerra civile forse potrebbe sembrare azzardato, ma in realtà non ci si è andati troppo lontano. Da parte del governo non è stato fatto nessun tipo di dichiarazione a parte qualcosa che faceva apparire tutta la questione come una rissa tra due gruppi di ubriaconi. Il gruppo che attaccava urlava frasi come "Voi non potete vivere qua, andate via". In questo paese i curdi e i turchi non hanno problemi reciprochi, fino ad adesso non è stato così e non lo sarà mai. Semmai se c'è del risentimento contro i curdi è a causa dei governi succedutisi finora. Come partito noi abbiamo una missione, un obiettivo non da poco: quello di spiegare i bisogni e i desideri del popolo curdo alla Turchia e allo Stato.

Quali sono le azioni in programma per il post-referendum? Continuerete a promuovere la vostra idea di costituzione democratica? In questo lavoro cercherete di coinvolgere anche l'opinione pubblica "turca"?
Le cose a cui stiamo lavorando non sono finalizzate solo al referendum. Il lavoro per la costruzione di una nuova costituzione non finirà il 12 settembre, indipendentemente dal risultato. Lavoriamo non sono solo per i curdi ma anche per i lavoratori, per le donne, per i gruppi oppressi. Perché noi crediamo che se ci deve essere una decisione che concerne i lavoratori, è con loro che si deve parlare. Lo stesso vale per le donne, quindi con i curdi; bisogna cercare il dialogo diretto con i gruppi interessati. Noi consideriamo il nostro un partito della Turchia.

Un ultimo commento sul presunto utilizzo di armi chimiche da parte dell'esercito turco contro i guerriglieri. Come ha reagito l'opinione pubblica? La notizia ha destato stupore?
Ci sono state grandi proteste, una grande reazione ai funerali delle vittime. Dopo i funerali ci sono state manifestazioni in cui sono intervenuti i poliziotti. Quello dell'uso delle armi chimiche non è un problema nuovo, l'avevamo vissuto già nel 1993. Lo stato nega, usando l'appartenenza alla convenzione per la proibizione delle armi chimiche, sottoscritta nel 1997, come spiegazione e dimostrazione. Volevamo investigare l'uso di armi chimiche in quest'area, anche attraverso autopsie sui corpi delle vittime. Farle fare da un gruppo imparziale, ma ce lo hanno negato.

Vi fermate qui?
No di certo.

traduzione di Ahmet Tunç Tunçten

Parole chiave: akp, bdp, kemalisti, curdi
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Turchia