Mentre continuano le violenze in Togo, più di 20mila persone fuggono in Ghana e Benin

“Ero con mia moglie e i miei due figli, quando un gruppo di uomini armati di
macete è piombato in casa. Hanno iniziato a distruggere tutto e siamo stati costretti
a scappare. Ho visto diversi cadaveri per la strada. Abbiamo continuato a camminare
verso est, fino alla frontiera. Solo lì saremmo stati in salvo”.
Ancora scosso per il ricordo delle atrocità a cui ha assistito la scorsa settimana
nel suo villaggio di
Bitah, nel Togo meridionale, Eizal, contattato al telefono da
PeaceReporter, racconta il suo esodo in Benin, dove ora attende di tornare in patria. Fino
a pochi giorni fa era un agente di commercio. Ora è uno degli oltre ventimila
profughi togolesi fuggiti in Ghana e Benin all’indomani delle violenze scatenate
dall’esito delle elezioni presidenziali del 24 aprile scorso. Un numero che –
fanno sapere dall’ufficio di Porto Novo dell’Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i Rifugiati (Unhcr/Acnur) – potrebbe aumentare considerevolmente nei
prossimi giorni, almeno finché il Togo continuerà a essere minato da violenze
perpetrate da bande di giovani esagitati sostenitori del governo o della coalizione
di opposizione, l’Ufc.
“Anch’io, come molta gente nel mio villaggio sostenevo l’Ufc”, continua Eizal.
“Per questo i soldati dell’esercito e le squadre di picchiatori sostenitori del
governo sono venuti direttamente da noi. Molte persone che conosco sono rimaste
uccise, altre gravemente ferite a causa dei colpi di macete o di arma da fuoco.
Ora siamo qui in Benin e non sappiamo che fare. La nostra casa non c’è più e tornare
in Togo è troppo rischioso”.
Ancora profughi. Prima è stata la morte del vecchio dittatore Eyadema Gnassigbe, avvenuta il
5 febbraio scorso dopo 38 anni di potere incontrastato, e il tentativo incostituzionale
del figlio Faure di sostituirlo a causare disordini e violenze in tutto il Togo.
Poi è stata la volta delle elezioni di fine aprile, dalle quali lo stesso Faure
è uscito presidente, che hanno scatenato un pandemonio politico e sociale che
ha già i numeri di una vera e propria crisi: decine di morti, centinaia di feriti
e, adesso, più di ventimila profughi nel giro di pochi giorni. Di questi ultimi,
la metà è fuggita in Ghana, l’altra metà in Benin, dove l’Acnur ha messo in piedi
due campi di emergenza vicino alla frontiera. Quello di Lokossa, dove alloggiano Ezil e la sua famiglia, è stato creato in una zona dove fino
a sei giorni fa c’era solo una foresta di palme.
“Per ora abbiamo risorse sufficienti, anche perché molti dei profughi, sia in
Ghana che in Benin, hanno trovato ospitalità presso parenti o membri dei rispettivi
clan”, dice a PeaceReporter Fatoumata Kabah dalla sede beninese dell’Acnur, “tuttavia potrebbe trattarsi
di un’attesa lunga. Molti dei profughi sono ricercati in madrepatria e dovranno
nascondersi ancora per qualche tempo”.
Carneficina. Con il passare dei giorni gli omicidi mirati di sostenitori di entrambi gli
schieramenti non accennano a diminuire. Bande estremiste simpatizzanti del partito
di Faure, il
Rassemblement du peuple Togolais, e di quello presieduto dai suoi oppositori, l’
Union des Forces de Changement,
Emmanuel Bob Akitani e Gilchrist Olympio, rastrellano i quartieri della capitale
Lomé e i centri abitati del sud, con l’intenzione di colpire e uccidere i “nemici”
tra la popolazione civile. Non è ancora chiaro chi ci sia effettivamente dietro
a queste bande, ma si sospetta che si tratti di cellule impazzite su cui né il
governo né l’opposizione hanno più alcun controllo. Il Togo è sull’orlo di una
guerra civile?
”Il rischio c’è, eccome”, sostiene da Kwesi Aning, esperto di politica dell’Africa
occidentale presso l’
Africa Security Dialogue and Research (
Asdr), un’organizzazione con sede ad Accra (capitale del Ghana) che si occupa di
promuovere il dialogo nelle aree a rischio di conflitto nel continente africano.
“Se entrambi gli schieramenti non riusciranno a controllare questi gruppi, si
rischia un’escalation di violenza che potrebbe avere serie conseguenze. Per questo
è necessario un intervento immediato dell’
Ecowas (l’unione Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e dell’Unione Africana,
oltre che dell’Unione Europea, affinché si negozi una pace e un governo di transizione”.
Un luogo tranquillo. Nei prossimi giorni il numero dei profughi che abbandonano il Togo potrebbe
aumentare fino a superare la capacità dei campi allestiti. “Ogni ora arriva gente
ferita in modo grave e ancora sotto shock” – dice a PeaceReporter Marie Helene Verney, operatrice dell’Acnur, dalla località di Hilakondji, alla
frontiera tra Togo e Benin – tra loro ci sono anche moltissimi bambini e giovani
che sono arrivati da soli”.
Tra questi c’è anche Marcel, diciassettenne di Lomé, costretto anche lui a fuggire
dopo aver visto diverse persone massacrate nel suo quartiere. “Sono arrivato qui
da solo, sono orfano”, ci dice al telefono. Ora vive anche lui nel campo profughi
di Lokossa. “Sulla strada ho incontrato altri fuggitivi e con loro sono arrivato
qui. E’ stato terribile vedere tutto quel sangue, Non so ora cosa accadrà in Togo.
Di sicuro non ci voglio tornare, almeno non ora. Voglio cercare lavoro qui in
Benin. Almeno qui si sta tranquilli”.