08/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Le guerre si fanno per difendere i nostri privilegi, il nostro stile di vita, e si alimentano del nostro complice disinteresse. Di questo hanno parlato Nicolai Lilin, Marco Garatti e Vauro Senesi al primo dibattito fiorentino di Emergency

Il titolo del dibattito pubblico che martedì ha aperto l'edizione 2010 dell'incontro nazionale di Emergency, a Firenze, era "Le guerre sono tutte uguali". Ma la discussione tra Nicolai Lilin, ex combattente dell'armata russa in Cecenia e scrittore, Marco Garatti, chirurgo di Emergency in Afghanistan, e il vignettista Vauro Senesi, ha finito con il concentrarsi su un argomento ben preciso e alquanto scomodo per le nostre coscienze: le guerre si fanno per difendere i nostri privilegi, il nostro stile di vita, e si alimentano del nostro complice disinteresse.
Anche se ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti, come cantava De Andrè.

La discussione è partita da una riflessione di Lilin sulla concezione della guerra non come qualcosa di lontano e diverso da noi, dalla nostra vita quotidiana, ma come un fenomeno che ci riguarda da vicino, che è parte di noi in quanto strettamente connesso al nostro stile di vita, ai nostri consumi, ai nostri sistemi politici ed economici. Da essi provocata, giustificata e nascosta.

Una connessione, una vicinanza che, ha sottolineato Garatti, viene dissimulata dai media nascondendola alle nostre coscienze, occultando i brutali effetti della guerra, ovvero le violenze sui corpi e sulle menti di chi la vive, e fornendoci invece giustificazioni e motivazioni 'alte' per farcela accettare come cosa giusta.

Il vero volto della guerra, la sua barbarie e la sua disumanità, lo si scopre solo guardandola dalla parte delle sue vittime, dalla parte di chi la guerra la subisce, ha osservato Vauro ricordando le sue ripetute visite negli ospedali di Emergency in Afghanistan. Oppure guardandola dalla parte opposta, dalla parte di chi come Lilin la guerra l'ha fatta e lucidamente raccontata nel suo libro 'Caduta libera'.

Ha ragione Lilin - ha continuato Vauro - quando dice che le guerre non finiranno mai finché tutti noi non le vivremo sulla nostra pelle, capendone a pieno la barbarie. Ma questo non significa che tutta l'umanità debba vivere in guerra per diventare pacifista: non occorre questo, perché noi la guerra ce l'abbiamo in casa, noi viviamo in una cultura di guerra. La guerra non è altro che la ricerca del profitto con altri mezzi. E' il profitto che motiva le guerre di mafia e di camorra, così come le guerre in Iraq e Afghanistan. Dobbiamo capire questo: il profitto è una cultura di guerra.

Il problema è proprio questo, ha osservato Lilin riprendendo la parola: le nostre società non si accorgono di essere in guerra, perché i media riescono a farci credere che la guerra sia solo quella che si combatte in qualche paese lontano, e che nelle nostre società 'pacifiche' tutto va bene; ci lobotomizzano con notizie idiote e messaggi consumistici, ci rendono ignoranti della realtà.
Da qui il provocatorio invito all'azione del reduce-scrittore russo: buttare i televisori dalla finestra e andare a bruciare la sede della Rai. Le guerre ci saranno finché la maggioranza l'approva con il suo silenzio.

Lilin ha poi spiegato di essersi reso conto dell'assurdità della guerra non mentre la faceva al fronte, ma quando è tornato a casa, nella normalità pacifica che proseguiva a soli trecento chilometri da dove si combatteva e si moriva, nell'indifferenza di una società che continuava a vivere come se nulla fosse, nel consumismo e nell'ignoranza.

L'ignoranza dalla guerra, secondo Garatti, nasce effettivamente dal non vederla da vicino: i media non mostrano le facce dei bambini afgani di pochi mesi straziati da bombe e proiettili. Così la guerra si allontana, sfuma, rimane lontana dalle nostre coscienze, diventando quindi tollerabile. Oggi la guerra risulta intollerabile solo per i nostri vecchi che l'hanno vissuta e se la ricordano ancora bene, ha osservato il chirurgo bresciano: morti loro, morirà anche la coscienza della guerra nella nostra società.

Le guerre, ha detto Vauro, possono esserci grazie al nostro disinteresse, al nostro silenzio, il silenzio della normalità di pace e benessere materiale nella quale viviamo. Un silenzio che non è solo complice delle guerre, ma ne è la causa stessa: dopo l'11 settembre, ha ricordato il vignettista, Bush diceva che lo stile di vita americano non sarebbe mutato, e il messaggio patriottico che mandava era infatti "comprate!". Il nostro stile di vita non si tocca, come se i nostri privilegi fossero un diritto, un diritto che quindi abbiamo anche il diritto di difendere, con il diritto a fare la guerra.

Proprio perché siamo dei privilegiati, ha concluso Vauro, abbiamo invece il dovere di usare i mezzi e gli spazi che abbiamo per rompere il silenzio e provare a cambiare le cose.

 

Enrico Piovesana

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