
Le
madri di Plaza de Mayo
sono diventate ormai un’istituzione, un esempio, un simbolo. Sono l’emblema
dell’amore materno che vince ogni ostacolo, non si placa, non si arrende. Sono
la forza, la costanza, la pazienza di lottare, combattere, chiedere giustizia.
Sono le mamme dei
desaparecidos, di quella moltitudine di ragazzi
scomparsi nelle fauci della dittatura, sequestrati, arrestati, mai processati,
svaniti. Nel nulla.
Quel che è certo è
comunque che non sono scomparsi dalla vita di tutte quelle madri che da decenni
pretendono la verità, vogliono giustizia, chiedono la fine dell’impunità. E lo
fanno urlando al mondo il loro dramma, mostrando instancabili le foto dei loro
figli, gridando in faccia a tutti che i desaparecidos hanno un volto, un
nome, una dignità che va loro restituita. Sono tante, unite, organizzate. E
andranno avanti.
Ormai sono
un’istituzione, dunque, con un proprio peso sociale e per molti versi anche
politico, ma la loro storia è una parabola da non dimenticare.
Quando nel 76 si instaura
la dittatura in Argentina erano già iniziate le desapariciones.
Sporadicamente, in due anni, erano spariti già 600 uomini. E 600 madri già
piangevano, attendendo fiduciose che tornassero a casa, prima o poi. Ma con la
dittatura i desaparecidos centuplicarono in poco tempo. Specialmente a
Buenos Aires.
E le madri non rimasero
più in casa ad aspettare.
Iniziò dunque un
pellegrinaggio spontaneo agli uffici di polizia, nelle carceri, al ministero
degli Interni, nelle chiese. Donne determinate chiedevano notizie dei propri
figli, ogni giorno.

Ogni giorno le stesse
donne incrociavano i loro sguardi, si riconoscevano, si confortavano. A
qualcuna venne in mente di trasferire quel loro pellegrinaggio in una della
piazze principali, la più in vista, quella che ospita la Casa Rosada e la
Cattedrale, quella dei poteri forti. Ci andarono un giovedì. Era maggio. E là
sentirono di essere nel posto giusto, e là restarono.
“Negli altri luoghi del
potere c’erano sempre scrivanie che impedivano il contatto diretto con l’interlocutore,
c’era sempre la burocrazia che complicava tutto – ha spiegato Hebe de Bonafini,
presidente dell’Associazione Madres Playa de Mayo. - In piazza invece
no. In piazza tutte eravamo uguali. A tutte avevano sequestrato il figlio,
tutte stavamo passando lo stesso dramma, tutte eravamo andate negli stessi
luoghi. Fu come se nessuna distanza e nessuna differenza ci diversificasse. Per
questo ci sentimmo bene. Per questo la piazza ci raggruppò. Per questo la
piazza ci consolidò”.
E da lì, porta a porta,
le madri andarono in cerca di altre madri. E il gruppo crebbe, si rafforzò. E
nacquero le prime azioni congiunte, inizialmente del tutto spontanee, poi
sempre più programmate, mirate. Iniziarono le marce. Marce sul posto, da non
scambiare con le ronde. “La ronda è girare intorno a qualcosa – ha sempre
precisato la presidente – mentre noi camminavamo per qualcosa, verso qualcosa.
Marciavamo per la verità. Per la giustizia”.

E da quel giovedì di
maggio di quasi trent’ anni fa, la voce delle madri non ha mai cessato. E anzi
si è moltiplicata, purtroppo alimentata da altri sequestri, altre mamme
addolorate, altre donne che pretendono giustizia. E adesso il loro obiettivo è
ancora più grande: “Pretendiamo che il nostro popolo continui a organizzarsi –
precisa Hebe - che le associazioni di base crescano e si rafforzino, in ogni
quartiere, in ogni angolo. Auspichiamo che l’effervescenza avvertita negli anni
70 torni nell’animo del nostro popolo, che vediamo stanco, depresso, ma che
sappiamo pronto a scendere in piazza appena punzecchiato. Noi
Madres
continueremo a lottare per la vita del nostro popolo. Per il nostro popolo e
con il nostro popolo. L’intento è arrivare a ottenere quella cultura,
quell’educazione popolare che ci permetta di ottenere un governo che sia
realmente il rappresentante di ciò che noi chiediamo, e non come adesso che
stiamo solo votando, senza che a noi sia veramente possibile essere eletti. Un
giorno lo avremo questo governo, che con giustizia condannerà gli assassini che
ci hanno fatto vivere tanto orrore in questi anni. Questo è quanto vogliamo.
Niente più”.