Il Kuwait blocca la legge sul voto alle donne. Persa una grande occasione
Il voto. “In nessun Paese musulmano il Parlamento ha tanto potere come in
Kuwait. Quindi l’Assemblea Nazionale è la vera testa della nazione. Nessuno di
noi è contrario al voto alle donne, ma l’Islam parla chiaro: il capo deve
essere un uomo e non possiamo permettere che a guidare la testa della nazione
del Kuwait arrivi, prima o poi, una donna”.
Non lascia spazio al
dibattito Waleed al-Tabtabae, uno dei parlamentari del Kuwait che più si è
opposto alla legge che ammetteva al voto le donne. Questa volta sembrava fatta,
ma non è andata così. Il 3 maggio scorso si votava in Parlamento per la
ratifica
della legge votata il 19 aprile del 2004. Ogni legge, secondo la
costituzione del Kuwait, deve passare da un doppio voto parlamentare. Per
l’approvazione della legge era necessario un quorum di 33 voti a favore, ma la
legge ne ha ottenuti solo 29 e non è passata, anche a causa del regolamento
parlamentare che parifica astensioni e voti contrari.
Lo sceicco coraggioso. Alla legge non mancavano certo i sostenitori
giusti, visto che lo stesso Primo Ministro Sabah al-Jabar al-Sabah aveva
solennemente promesso la concessione dei pieni diritti civili alle donne in
Kuwait entro la fine della legislatura in corso. Ma il suo progetto è
naufragato in Parlamento. La legge doveva essere approvata in fretta, visto che
nella stessa sessione parlamentare si chiamava la popolazione alle urne per
l’elezione dei consigli comunali. Il giorno scelto per la tornata elettorale è
il 2 giugno prossimo, ma le donne non ci saranno. Infatti il governo ha
promesso che tenterà tra due settimane di portare la legge in
Parlamento per una nuova discussione, ma comunque il 2 giugno si voterà con la
vecchia legge che taglia fuori le donne. Inoltre chi si oppone a questa
riforma, in massima parte i parlamentari conservatori e quelli delle aree
tribali, ritiene incostituzionale votare tre volte la stessa legge e ha
annunciato che si opporrà fermamente alla sua discussione.
Giochi di potere. Rispetto ad altri paesi dell’area, la
condizione femminile in Kuwait non è delle peggiori. Basti pensare che una
donna, per la precisione Nabeela Abdulla al-Mulla, rappresenta il Kuwait alle
Nazioni Unite. Nel Paese molte donne ricoprono ruoli importanti e godono di una
libertà e di una visibilità che altrove è un miraggio.
Proprio per questo
il blocco imposto dai parlamentari conservatori ha deluso molto. La portavoce
del comitato nato per richiedere l’estensione del diritto di voto alle donne ha
una sua teoria in merito. “Il problema non è affatto religioso, culturale o di
costume”, spiega la rappresentante del comitato, “qui è in gioco il potere, la
poltrona. E’ chiaro che l’estensione del diritto di voto non è che il primo
passo verso la possibilità per le donne di candidarsi in prima persona. Questo
spaventa i deputati perché, se ci fossero donne candidate e donne elettrici,
molti di loro che mantengono il seggio per poche centinaia di voti andrebbero
a
casa”. La discussione va avanti dal 1999, quando per la prima volta il premier
al-Sabah ha
tentato di introdurre la legge per il suffragio universale. L’opposizione ha
giocato tutte le carte a disposizione: prima lo ha accusato di farsi dettare le
leggi da Washington, poi lo ha accusato d’infrangere i sacri precetti
dell’Islam. Tutte strumentalizzazioni, secondo il comitato promotore, per
mantenere il potere e l’anacronistico privilegio di un Parlamento tutto
maschile in un Paese che ha delle donne in molti posti chiave. Tutto per
l’attaccamento alla poltrona quindi.