2004, le condanne a morte negli Usa al minimo storico. Intervista a Richard Dieter

Secondo un rapporto fatto uscire la settimana scorsa dal
NAACP Legal Defense Fund, un gruppo di tutela legale per gli afro-americani, nel 2004 il numero di condanne
a morte emesse negli Stati Uniti ha toccato il minimo storico: 125 statunitensi
sono stati mandati nel braccio della morte, contro i 144 del 2003. Dal 1976, anno
in cui la pena capitale fu reintrodotta negli Usa dopo una sospensione di nove
anni (la Corte Suprema aveva sentenziato che violava l’ottavo emendamento della
Costituzione, essendo una “pena crudele e inusuale”), mai il numero delle condanne
era stato così basso. Per gli abolizionisti è una grande notizia: solo nove anni
fa, nel 1996, si era raggiunto il picco, con 320 condanne. Secondo Richard Dieter,
direttore del gruppo
Death Penalty Information Center, questa progressiva discesa non è casuale.
Che significato vede in questo dato? E’ frutto del caso o parte di una tendenza?
Credo sia parte di una tendenza, sia le condanne a morte sia le esecuzioni sono
calate costantemente negli ultimi cinque anni. Il sostegno dell’opinione pubblica
alla pena di morte è minore che nel passato, anche se la maggioranza degli americani
è ancora a favore (circa il 65%, ndA). Queste tendenze sono il risultato di un grande ripensamento sulla pena di
morte, causato principalmente dagli errori giudiziari venuti alla luce. La gente
ha scoperto che degli innocenti sono stati per anni nel braccio della morte, stiamo
parlando di 119 casi in 28 anni. La prova del Dna ha scagionato molte persone
quando ormai aspettavano solo l’esecuzione. Molti americani ora credono che delle
persone innocenti siano state uccise.
Prevede che questa tendenza di diminuzione delle condanne continuerà?
Siamo in un periodo di studio. Non credo che le condanne torneranno ad aumentare,
e potrebbero diminuire ulteriormente. Ma non so fino a che punto. Nel 2004 lo
Stato di New York ha dichiarato incostituzionale la pena di morte. Se altri Stati
andranno in questa direzione allora sì, la tendenza al ribasso continuerà. Ma
se i singoli Stati continueranno a prevedere la pena capitale, le esecuzioni e
le condanne continueranno magari con minore frequenza, ma la pena di morte continuerà
ad esistere. E’ difficile fare una previsione.
Ma di pena di morte si parla negli Usa? O la questione è sollevata solo da alcuni
progressisti?
Non direi. Tradizionalmente i repubblicani erano a favore e i democratici contro.
Ma le cose sono cambiate negli anni Novanta con Clinton, un presidente democratico
che si dichiarava a favore della pena di morte. E ora la questione non è più così
politicamente divisa. Ultimamente molti conservatori hanno cominciato a dirsi
contro la pena di morte, almeno per quanto concerne la qualità dell’assistenza
legale a chi rischia la condanna. Persino il presidente Bush ha annunciato maggiori
finanziamenti per formare gli avvocati dei processi che prevedono la pena capitale
e per eseguire più test del Dna. Ed è solo un esempio: altri conservatori, senatori
repubblicani, in alcuni casi hanno cambiato idea completamente. Non è la protesta
di alcuni progressisti che sta facendo cambiare le cose: di fatto sono alcuni
dei conservatori più duri – i sostenitori della “cultura della vita” – che ragionano
sugli errori fatti nei processi e cambiano opinione.
Ma nei suoi sei anni da governatore del Texas, Bush ha mandato a morire 154 condannati,
quasi la metà del totale dei giustiziati nel Texas dal 1976. Come si spiega questa
metamorfosi?
Io credo che i sostenitori della pena di morte siano sulla difensiva, perché
si sentono vulnerabili. E’ emblematico che la questione – al contrario del passato
– non sia stata toccata nell’ultima campagna elettorale, anche se Bush era a favore
della pena capitale e Kerry contro. I politici che sostengono la pena di morte
percepiscono che stanno difendendo e promuovendo una pratica che ha molti difetti
di cui il pubblico è consapevole. Quindi tutti stanno moderando le loro posizioni.
La gente non vuole più esecuzioni. Dice: sì, sono ancora a favore, ma ci dovrebbero
essere migliori avvocati e test del Dna precisi. Altri dicono: una volta ero a
favore, ora sono contro, e non sono tutti democratici. Il linguaggio è cambiato
completamente. Una parte del merito va anche al Papa…
Al Papa?
Alle prese di posizione di Giovanni Paolo II, alcune sue dichiarazioni hanno
avuto grande effetto. Papa Wojtyla è stato osannato dai conservatori per molte
delle sue vedute. La sua contrarietà alla pena di morte ha così creato una specie
di dissonanza. Il governatore della Florida Jeb Bush – un cattolico convertito
– ha detto che è ancora a favore della pena capitale ma che oggi ha molte perplessità.
Non si trovano più tanti politici sostenere che la pena di morte va bene così.
Sono discorsi che non si sentono più. Ed è molto probabile che nelle future campagne
presidenziali avremo un candidato che avrà il coraggio di dichiarare apertamente
la sua opposizione.
Quindi per lei l’abolizione della pena di morte negli Usa è un’utopia, un evento
probabile o una speranza?
Credo che prima o poi accadrà, ma non presto. Gradualmente, sempre meno Stati
useranno la pena di morte, alcuni Stati la aboliranno nei prossimi dieci anni.
Una volta che sarà usata raramente e la maggioranza degli Stati non la prevedrà
più, la Corte Suprema potrebbe decretare che la pena di morte è una pena “crudele
e inusuale” che va contro la Costituzione, e la bandirà dagli Stati rimanenti.
Potrebbe rimanere in vigore per reati di terrorismo o in tempo di guerra.