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Houdan Mohammad Haroun è una ragazza di 17 anni e non parla né inglese
né arabo. Conosce solo il fur, una delle lingue parlate nelle lande
aride e semidesertiche del Sudan Occidentale: il Darfur. Se non fosse
per il suo interprete di Khartoum, nessuno saprebbe del suo dramma,
cominciato quattro mesi fa a Mukjer, il villaggio dove ha sempre
vissuto. “Alcuni militari hanno fatto irruzione in casa mia.
Indossavano l’uniforme dell’esercito sudanese. Mi hanno presa con la
forza e mi hanno portata in un campo assieme ad altre 46 ragazze. Lì
siamo state violentate a turno dai soldati. E’ stato orribile, credevo
di trovarmi in un incubo. Poi, uno di quegli uomini mi ha presa e mi ha
fatto salire su un aereo militare diretto a Khartoum. Una volta laggiù
ha raccontato a tutti che ero sua moglie e mi ha chiuso in una stanza
in casa sua. Non potevo uscire se non accompagnata, non potevo parlare.
Ha abusato di me per quattro lunghi mesi. Un giorno mi ha ordinato di
vestirmi e di uscire con lui. Voleva portarmi in un’altra casa, nel
quartiere di Soba. Sulla strada ho incontrato tre donne che parlavano
la mia lingua. Ho chiesto loro aiuto e mi hanno aiutata a fuggire. Ora
spero solo che quel soldato renda conto alla giustizia. E con lui tutti
i militari dell’esercito e miliziani che distruggono le nostre case,
uccidono le nostre famiglie e ci violentano per interi giorni”.