08/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra pochi giorni si vota per la riforma costituzionale: i curdi divisi

scritto per noi da
Alessandra Mainini

''Di queste cose parlo facilmente, so esattamente cosa dire. Mi hanno già intervistato, sai, una rivista internazionale. Ma sì, scrivilo che mi chiamo Serbun. E anche che sono di Sarıgazi''.
Eh sì, perché Sarıgazi è un quartiere speciale, nella periferia nord-est di Istanbul. Gli autobus che vanno in quella direzione sempre pieni di giovanotti. I muri sono pieni di slogan. Durante l'anniversario della strage di Sivas (dove nel 1993 trentatrè intellettuali aleviti morirono nell'incendio appiccato da un gruppo di fascisti all'hotel nel quale risiedevano in occasione di un festival) tutto il quartiere era per strada. E anche lo Stato lo sa quanto sono importanti i giovani.

Serbun torna a sedersi, di tanto in tanto, sul gradino vicino allo sgabello che mi ha ceduto, quando la piccola calca che si forma intorno al banchetto del süt mısır, delizioso snack da passeggio a base di chicchi di mais cotti nel latte e serviti in un bicchiere, si dissipa e gli lascia un po' di tregua. Lavoretto estivo, prima che cominci l'università.
Allora si siede, chiede dove eravamo rimasti e riprende con la sua dialettica strutturata dalla militanza nel partito, il Bdp (democratico, vicino alla causa curda). Militanza che gli è costata quattro notti in commissariato, appeso come un Cristo, occhi bendati e botte. E un anno di psichiatria per riprendersi.

La violenza è pane quotidiano, e non solo per lui.
Ricorda le violenze sulle donne. A Siirt, a Dersim, perfino a Sarıgazi. Gli chiedo se queste donne si organizzano in qualche modo. Lui dice che non tutte hanno coscienza di quello che succede, di questa violenza non casuale, che sembra far parte di un disegno ben preciso. Non è un caso che queste donne siano tutte curde. Non è solo la violenza dell'esercito e le sue armi non consentite.

Eppure una soluzione senza armi è possibile, dice Serbun. Nonostante la rabbia. Nel nome dell'umanità. E questa soluzione deve passare ancora per Apo, per Abdullah Öcalan, leader curdo indiscusso.
Poi discutiamo del referendum del 12 settembre, che chiede ai cittadini della Turchia di esprimere il loro consenso circa il cambiamento di alcuni articoli della Costituzione; cambiamento che secondo i promotori del partito Akp, filo-islamico e liberale al governo, dovrebbe ridurre il potere dei militari ed allontanare il pericolo di un nuovo colpo di Stato.
Questo referendum mette in gioco una disputa che ruota intorno all'identità dei curdi.

"Non conosco nessuno intorno a me che sia per il sì o per il no: un fronte compatto per il boicottaggio, per dire che quella che c'è o quella che sarà non è la nostra costituzione, non ci rappresenta. E se qualcuno laggiù nel Kurdistan si lascia convincere dai discorsi di Erdoğan, è perché lascia che la propria identità islamica prevalga sul quella curda. L'unica via, quella che fa la forza, è quella del boicottaggio, quella che fa paura allo Stato. Perché lo Stato ha paura di questi milioni di cittadini che dicono di non avere niente a che fare con esso''. Questa è la visione di Serbun.

O forse la soluzione migliore è non dare tutta questa importanza allo Stato, e di aggirarlo. Forse per votare sì ci vuole anche un po' di coraggio, ci si mette la faccia, a votare con l'Akp. Ma, a ben guardare, non è nemmeno una cattiva soluzione. Come recita la campagna dei Genç Siviller (Giovani civili), gruppo democratico alternativo e indipendente: non è abbastanza, ma Sì. E così la pensa Sibel, che negli anni dopo il colpo di Stato degli anni Ottanta ha lasciato il Paese per il suo attivismo politico, come hanno fatto molti altri, per vivere in Inghilterra.

Ora il clima è più disteso, ed è ritornata a vivere qui. E certamente voterà sì, perché bisogna cambiarla, questa costituzione, in un modo o nell'altro. E che importa che sia l'Akp a promuovere il cambiamento, seppur minimo. L'Akp non è altro che un partito, passerà come tante cose. Ma la costituzione no. Se vince il no, a quando la prossima occasione di cambiare?
Sibel comprende benissimo le ragioni che spingono il popolo curdo a boicottare il referendum: l'indignazione e la voglia di urlare a tutti la truffa di una democrazia a metà. ''Ma questa è la politica'', dice lei, ''bisogna fare scelte politiche''.
Da un lato le ragioni di un'identità, dall'altro la lucidità di una strategia politica. Non è semplice dire cosa sia meglio augurare a questa Turchia.

Parole chiave: curdi, kurdistan, akp, bdp, ocalan
Categoria: Guerra, Politica, Popoli
Luogo: Turchia