“Questa non è un’università, è un insediamento” avevano
scritto sui cartelli i manifestanti che ieri dimostravano davanti al collegio
di Giudea e Samaria, nella colonia di Ariel in Cisgiordania.
L’università di
Ariel. La protesta nasce dalla decisione, presa il 2 maggio dal governo
Sharon, di conferire all’istituto Bar Ilan di Ariel, che si trova all’interno
dei Territori Occupati a pochi chilometri da Nablus, lo status di ateneo
universitario. La proposta di creare un’università ad Ariel è venuta dal ministro
della Pubblica Istruzione Limor Livnat, come una ritorsione nei confronti del
boicottaggio lanciato a fine aprile dalla inglese Association of Union Teacher
(Aut) nei confronti delle università gemellate di Haifa e Bar Ilan ree, a loro
avviso, di “complicità con i crimini dell’occupazione” e di limitare la libertà
accademica dei propri docenti.
La maggior parte dei manifestanti non fa parte dei settemila
iscritti all’ateneo. Sono attivisti dell’organizzazione Courage to Refuse,
composta da cittadini israeliani che si sono rifiutati di prestare servizio
militare in operazioni legate all’occupazione. In un loro comunicato si afferma
che “in ogni ragionevole progetto di accordo di pace la città di Ariel, che si
trova nel cuore della Cisgiordania, non rimarrà parte di Israele. Noi crediamo
che l’istituzione di una università israeliana in Cisgiordania sia non solo una
scelta illegittima, ma anche contraria all’interesse di Israele”. Curiosamente
pare che la protesta abbia provocato lo stupore di molti tra gli studenti di
Ariel, convinti che vi fosse consenso generale nel considerare la colonia come
parte di Israele.

Questione di fondi?
Anche Yiftah Atzmon, direttore dell’Unione Studentesca dell’università di Tel
Aviv, ha definito “scandalosa” la scelta, e ha accusato il governo di “ignorare
sistematicamente la nostra lotta per un istruzione migliore. Ora vuole
istituire nuove università? I fondi attuali non bastano nemmeno a sostenere il
sistema com’è ora”. Le stesse preoccupazioni le ha espresse anche Amiran Gonen,
dell’università ebraica di Gerusalemme, ma dal ministero dell’Istruzione sono
giunte assicurazioni che nonostante il cambiamento di status l’istituto non
riceverà alcun finanziamento extra.
Questo tuttavia avalla l’impressione che la scelta sia stata dettata da ragioni
politiche più che didattiche. Questa
è anche l’opinione di Yossi Halper, co-editore della newsletter
israelo-palestinese Bitterlemons, il quale ha sostenuto che si tratterebbe di
una strategia di facciata per “ammmorbidire” i coloni, infuriati dalla
prospettiva del ritiro da Gaza.
Violazioni e
disimpegno. Proteste si sono levate anche da parte dell’Autorità
Palestinese: che ha definito inaccettabilie l’istituzione del nuovo ateneo,
“Dove sono gli Stati Uniti? -Ha sbottato il Primo Ministro Abu Ala- cos’hanno
in mente di fare per fermare questa violazione? Israele lo sta facendo come
parte del piano per mantenere ampi insediamenti in Cisgiordania dopo il ritiro
dalla Striscia di Gaza. Tutti gli insediamenti illegali devono essere
smantellati”. Anche Saeb Erekat, capo negoziatore dell'Olp, ha condannato il
tentativo di creare situazioni irreversibili sul terreno e ha invitato
Israele a cessare tutte le attività di ampliamento delle colonie.
Il gioco politico legato alla vicenda finirà però per avere
ripercussioni sulle vite degli abitanti palestinesi della zona, come gli
abitanti del villaggio di Salfit, da cui proviene un comunicato in cui un
gruppo sedicente Forza Islamica Nazionale si è appellato alla fermezza di
Mahmoud Abbas e ha ricordato che l’insediamento di Ariel sorge su terra di
proprietà del loro villaggio.
Anche Shlomo Sand, storico dell’università di Tel Aviv, in un
articolo su Haaretz ha confermato che “Ariel deve essere considerato un
avamposto illegale”, sottolineando il fatto che esso “accoglie anche studenti
della minoranza araba israeliana, ma non i palestinesi, i quali non potrebbero
nemmeno avere accesso alla colonia”. Questa università, continua Sand, “non
renderà i palestinesi né più liberi né più istruiti”.

Controboicottaggio. La
campagna di boicottaggio dell’Association of Union Teacher
(Aut) ha sollevato grandi proteste non solo in
Israele, ma anche in Gran Bretagna, dove diversi ricercatori si sono dimessi
dall’Unione e hanno lanciato una raccolta di firme per annullare la decisione.
Particolarmente attive sono state alcune associazioni ebraiche, come la Academic
Friends of Israel, ma anche docenti generalmente critici verso le politiche di
Tel Aviv: come Michael Green dell’università di Cambridge, che ha dichiarato:
“Io condannerei molte delle azioni del governo israeliano, ma un boicottaggio
è
in contraddizione con la libertà di insegnamento. Per quale motivo certe azioni
vengono intraprese solo contro Israele e non per esempio contro la Russia per
le sue azioni in Cecenia?”
Al momento la campagna di boicottaggio non pare destinata ad
avere un seguito, mentre l’istituto Bar Ilan di Ariel rimarrà un’università.
Particolare e lungimirante pare allora la proposta di Shlomo
Sand, che ha provocatoriamente suggerito che siano gli accademici israeliani a
tagliare i contatti con l’università di Ariel, perché “è una vergogna che le
università prendano parte all’occupazione.“ “Sono contrario al boicottaggio
britannico –ci tiene a spiegare Sand- perché è selettivo. Non si boicottano le
università
americane a causa dell’occupazine dell’Iraq, no?”