06/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo pause estive e procedurali riprende la fase dibattimentale del processo Karadzic

 

Il 6 settembre Radovan Karadzic ritorna in aula. Riprende, dopo pause estive e sospensioni procedurali, uno dei processi più complessi che il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia (Icty) si sia mai trovato ad affrontare. Siamo in piena fase dibattimentale: diversi testimoni, a partire dal 13 aprile 2010, si sono alternati sul banco dei testimoni. La cross examination da parte dell’ex leader della Republika Srpska ha spesso travalicato i confini dell’ortodossia giudiziaria: più volte Karadzic è stato richiamato all’ordine della Corte affinché non facesse ricorso a una sequela di domande retoriche trasformando il rito dell’interrogatorio in affermazioni e discorsi a sfondo politico lanciati dal pulpito della difesa.

L’ultima sospensione di due settimane è stata concessa per permettere alla difesa di esaminare i diari e i documenti rinvenuti nella casa belgradese del generale Ratko Mladic. Gli appunti che constano di circa 3500 pagine acquisite dalla Corte lo scorso maggio sono stati ritenuti genuini anche dallo stesso Radovan Karadzic.

Ripercorriamo, qui di seguito, le tappe più significative del dibattimento a partire proprio dal 13 di aprile quando la procura ha chiamato a deporre il suo primo teste, Ahmet Zulic.

13 aprile 2010. Ahmet Zulic appare fortemente provato. È stato prigioniero nel campo di Manjaca dal giugno del 1992, quando fu catturato nei pressi di Sanski Most, fino all’ottobre successivo quando fu messo in salvo – insieme ad altri prigionieri del campo – dagli uomini della Croce Rossa Internazionale (Irc). Zulic ripercorre a fatica quei giorni, sostenendo di non aver ancora superato, fisicamente e soprattutto emotivamente, lo strazio provato durante tutti quei mesi. Ricorda di un giorno caldissimo di giugno, quando fu trasferito insieme ad altri uomini dalla prigione di Betonirka al campo Manjaca: un viaggio lungo e disastroso. Il telone di plastica del camion rendeva l’aria irrespirabile: diversi prigionieri morirono asfissiati e stremati dal caldo. Per sopravvivere, Zulic dovette bere la sua urina. Nel controinterrogatorio, Radovan Karadzic fa ricorso a u na buona dose di sarcasmo per screditare il teste Zulic, definendolo “ben addestrato dalla procura”. Ahmet Zulic ha testimoniato, per la procura, in diversi processi celebrati all’Aja: “Non voglio affermare che lei, sig. Zulic, sia il favorito della procura – dice Karadzic con un piglio di sufficienza – ma devo dire che viene invitato molto spesso qui, davanti a questa Corte”.

14 aprile 2010. Il secondo teste d’accusa si chiama Sulejman Crncalo. In queste prime battute del dibattimento, la procura ha preso ad esaminare i fatti dell’as sedio di Sarajevo, durato 44 mesi dal 5 aprile del ’92 al 29 febbraio del ’96. Crncalo è stato convocato per parlare della strage al mercato di Markale del 28 agosto del ’95 in cui persero la vita 43 persone. Tra queste c’era anche la moglie di Sulejman. Uscì di casa alle 8,30 del mattino. Alle undici non era ancora ritornata: Sulejman, preoccupato, scende in strada per andarle incontro. Andando verso il mercato incrocia gente disperata: qualcosa di terribile era accaduto al mercato di Markale. “Camminavo su una strada ricoperta di sangue”, ricorda con dolore Sulejman. I corpi erano già stati rimossi e i feriti trasportati in ospedale. La letteratura sulla strage del mercato è assai varia e anche le dinamiche dell’attentato rimangono oscure. Esiste una verità processuale, stabilita nel caso “Dragomir Milosevic”, secondo cui i responsabili dell’attacco sono le forze serbe del Vrs. Non è così per Karadzic e altri, che sostengono un’altra versione dei fatti: la matrice sarebbe bosniaco-musulmana che, come nel febbraio del ’94, avrebbero organizzato la strage del mercato per scatenare le reazioni della comunità internazionale. 
Alcuni commentatori si sono interrogati sulla reale utilità della testimonianza di Sulejman Crncalo che si basa su ricordi e sensazioni emotive – seppur drammatiche - piuttosto che sulla ricostruzione dei fatti.

27 aprile 2010. Ancora un passaggio fondamentale del processo. Sul banco dei testimoni la procura chiama Herbert Okun, diplomatico statunitense. Il focus delle domande di Karadzic si concentra sull’embargo delle armi imposto ma mai fatto rispettare dalla comunità internazionale. Herbert Okun: “La violazione dell’embargo sulle armi era una sorta di segreto pubblico: l’embargo non era un atto morale”. Anche con Okun, l’imputato Karadzic affronta i controversi avvenimenti del massacro di Markale. Il diplomatico Usa ha ammesso di essere a conoscenza del fatto che vi sia un dibattito aperto sulla questione, ma che non per questo cambia idea sulla natura della guerra.

 

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Nicola Sessa

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