Minacciato il giornalista italiano che ha denunciato un massacro compiuto da paramilitari

“Mi hanno minacciato per
quello che ho scritto. Qui la situazione è molto tesa e sono molto preoccupato”.
E’ stato con queste parole che Cristiano Morsolin, educatore italiano che da
tempo vive in America Latina e che ha fondato l’osservatorio sulle Ande
Selvas.org, ci ha raccontato la tragica situazione che è stato costretto a vivere in
Colombia.
“Adesso sono a Lima. Sono
riuscito a uscire dal Paese, quindi raccontate, denunciate. Lo farò io stesso
appena rimetterò piede in Italia”. Morsolin è scosso, ma non si arrende. “Io
sto bene, pur tra mille tensioni. Ho infastidito i poteri forti e mi stanno
perseguitando”.
I fatti. Il giornalista si trovava a Bogotà da marzo. Veniva dall'Ecuador. E' arrivato
in Colombia giusto in tempo per denunciare
al mondo intero
un massacro avvenuto
pochi giorni prima, il 22 febbraio. Cinque persone, fra cui tre
bambini, sono state freddate dai paramilitari delle Autodifese Unite
della Colombia (Auc): Luis
Eduardo Guerra, 35 anni, leader della
Comunità di Pace di San José de Apartadò
e membro del consiglio interno della stessa comunità; la sua compagna,
Bellanira Areiza Guzman Areiza, 17 anni, alla quale si era unito solo pochi
giorni prima; suo figlio Deiner Andrés Guerra, 11 anni, che già era stato
ferito l’11 agosto del 2004 da una granata lasciata dall’esercito; Alfonso
Bolivar Tuberquia Graciano, 30 anni, leader di Mulatos e membro del consiglio
di Pace della zona umanitaria di Mulatos; la sua compagna, Sandra Milena Muñoz
Pozo, 24 anni, e i suoi figli Santiago Tuberquia Muñoz di 2 anni e Natalia
Andrea Tuberquia Muñoz di 6 anni. Una vera e propria esecuzione.
Morsolin lo ha saputo, ha raccolto le testimonianze e non ha perso
tempo. Ha aiutato i membri della Comunità a esprimere il proprio dolore, la
disperazione, la rabbia e ha scritto. In spagnolo, in italiano, usando tutti i
canali a sua disposizione per creare intorno a questo ennesimo caso di
violenza verso le comunità di pace una mobilitazione internazionale. E ce l’ha
fatta. Subito dopo, il Parlamento europeo e quello italiano, infatti, hanno preso
posizione contro queste azioni, chiedendo al governo di Bogotà giustizia e
verità.
Gli intoccabili. “Per giorni ho ricevuto minacce, intimidazioni varie e pedinamenti. Da
parte di chi? Dei paramilitari”, gli autori della strage, coloro che con il
pretesto di combattere la guerriglia marxista scorrazzano indisturbati nella
selva, applicando un concetto di giustizia e di lotta al terrorismo alquanto
discutibile.
La sequenza delle minacce. A quanto pare, il 7 aprile scorso, Cristiano
Morsolin ha ricevuto un messaggio minaccioso, in cui lo si informa che i
paramilitari "stanno cercando un giornalista italiano". L’8 aprile, verso le 8
di mattina, un uomo è rimasto poco più di
un’ora di fronte all’abitazione del giornalista, che ha dovuto immediatamente
cambiare
casa. Dopo la sua partenza, l'abitazione è stata messa sotto controllo permanente
da persone non identificate ed è stata notata la presenza di uomini armati
nelle vie circostanti.
L’11 aprile una Chevrolet
bianca senza targa, con la luce accesa e una persona alla guida, è rimasta
davanti agli uffici dell’organizzazione ambientalista Censat-Agua Viva, con la
quale collabora Morsolin e che appartiene alla rete internazionale Friends
of the Earth International. E’ rimasta lì, immobile, dalle 14 alle
19.15, fino a quando Morsolin è uscito. La stessa auto è stata vista ancora nei
pressi di quegli uffici il 15 e il 21 aprile, rispettivamente verso l’una e
mezza e le 9 del mattino.
Le reazioni. Una situazione allarmante che ha preoccupato le associazioni
colombiane per la difesa dei diritti umani. L’Osservatorio per la protezione dei
Difensori dei Diritti Umani di Ginevra ha richiesto l’intervento urgente sulla
situazione
in Colombia.
Per aver denunciato il massacro di San Josè, infatti, hanno subito minacce
anche Gloria Cuartas e padre Javier Giraldo, entrambi di quella comunità. Girlado
è anche autore della relazione "Debito
con l’Umanità. Paramilitarismo di Stato: 1988-2003", ed è stato pure direttore
della Banca Dati sui diritti umani e la violenza politica in Colombia. Un personaggio
scomodo, dunque.
L’Osservatorio si dice seriamente preoccupato per la loro integrità fisica e
psicologica e ha ricordato
l’obbligo dello stato colombiano di garantire “la protezione di individui e
associazioni contro violenze, minacce, ritorsioni, discriminazione vessatorie
di fatto o di diritto, pressioni o altre azioni arbitrarie conseguenti al
legittimo esercizio dei diritti, espressi nella Dichiarazione sui difensori dei
Diritti Umani".

Il silenzio. Adesso Cristiano è riuscito a riparare in Perù, ma gli altri rimangono e
la questione resta grave e irrisolta. La guerra in Colombia continua. I
paramilitari seguiteranno a girovagare armati fino ai denti a caccia di
guerriglieri e presunti complici, spalleggiati da governo ed esercito regolare.
E l’impunità permarrà sovrana. Farc ed Eln, dal canto loro, resteranno
arroccati sulle proprie posizioni anti-governative non vedendo alternative per
l'istituzione
di una Colombia più giusta se non la lotta armata. E a farne le spese saranno
come sempre i civili, i contadini delle comunità della
selva, che vengono sfollati, perseguitati e uccisi dalla guerra. Pur
avendo scelto la pace.
Insomma, in Colombia c’è
la guerra, non c’è stato di diritto, non c’è libertà di stampa e si muore ammazzati
ogni giorno. E perché nessuno ne parla?