04/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Karzai denuncia l'ennesimo massacro di civili ad opera della Nato, ma a Kabul si parla solo del fallimento della banca che ricicla i capitali del narcotraffico e della corruzione

Un jet militare della Nato sfreccia a bassissima quota sopra un convoglio di auto in viaggio tra due sperduti villaggi nel nord dell'Afghanistan, nella provincia di Takhar. Si allontana rombando, vira e torna indietro, sparando un missile contro una delle macchine. Subito dopo l'esplosione, sbuca dal nulla un elicottero da guerra, che apre il fuoco sulle lamiere in fiamme per finire eventuali superstiti.

Il bollettino del comando Isaf parla di un ''bombardamento di precisione'' condotto contro un obiettivo ben preciso che viaggiava su quell'auto: il comandante locale del Movimento islamico uzbeco (Imu), gruppo jihadista alleato dei talebani che combatte le truppe Nato nel nord del paese. Nel raid, secondo il comando militare, sono rimasti uccisi una decina di guerriglieri.

Tra i feriti c'è Abdul Wahid Khurasani, candidato alle elezioni parlamentari del 18 settembre, che dal suo letto di ospedale racconta un'altra versione. ''Ma quali guerriglieri! Erano tutti miei parenti, in giro con me per fare campagna elettorale, compreso Amanullah, che secondo loro sarebbe stato un capo terrorista. Assurdità! Qualche mio avversario politico deve averli informati male per togliermi di mezzo''.

Una possibilità tutt'altro che remota, che però il comando Isaf ha respinto con fermezza, spiegando che l'attacco aereo è stato condotto a colpo sicuro dopo giorni di pedinamenti, e che tutte le vittime del raid erano armati.
La versione ufficiale non ha convinto il presidente afgano Hamid Karzai, che ha denunciato a gran voce l'ennesima strage di civili. Forse anche per distogliere l'attenzione dallo scandalo della Kabul Bank.

In questi giorni in Afghanistan non si para d'altro che del fallimento della principale banca privata del paese, di proprietà del fratello maggiore di Karzai, Mahmood, e del fratello minore del vicepresidente Fahim, Haseen.
La bancarotta della Kabul Bank, provocata da operazioni speculative finite male, è stata evitata in extremis dall'intervento della Banca centrale afgana e del Tesoro americano, ma questo non ha placato il panico dei correntisti, che hanno preso d'assalto gli sportelli per ritirare i loro risparmi.

L'istituto, fondato nel 2004 da un ex campione di poker e da un ex contrabbandiere di pietre preziose, ha finanziato tutte le campagne elettorali di Karzai e Fahim. Ma sopratutto ha investito miliardi di dollari nel mercato immobiliare di lusso a Dubai: principale canale di riciclaggio di capitali frutto del narcotraffico (governativo, ma anche talebano) e dell'appropriazione indebita degli aiuti finanziari internazionali.

 

Enrico Piovesana

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