I guerrieri Masaai chiedono la restituzione delle terre
“Scusi, permette una parola?”
“Dica pure”
“Sa com’è, cent’anni fa il mio bisnonno dette in concessione la sua
terra a un tale che stava seduto alla scrivania dove ora siede lei”.
“Beh? Che posso fare per lei?” -
“Il contratto era per 99 anni. Adesso il tempo è arrivato, vorrei riavere quella
terra”
“Non se ne parla affatto. Lei ha dimenticato un 9. La durata era per 999 anni.
Ripassi tra nove secoli e si vedrà”.
Non sono stati proprio questi i toni dei colloqui tra i rappresentanti
del governo del Kenya e i Masaai, che qualche giorno fa si sono
presentati nella capitale Nairobi chiedendo di riavere le proprie terre
della regione di Laikipia, nella Rift Valley. I pochi pastori-guerrieri
del Kenya centrale, vestiti nei loro abiti tradizionali, giunti
puntuali all’appuntamento con la storia e convinti come non mai di
voler battere cassa e chiedere ciò che solo un secolo fa era stato di
loro prprietà, sono tornati a casa con la testa rotta, la lancia tra le
gambe e una denuncia per atti di vandalismo e violazione di proprietà.
Giorni fa, alcuni di loro avevano portato le greggi a pascolare in
alcuni ranch di Laikipia, fuggendo poco dopo dai colpi d’arma da fuoco
sparati della polizia locale. Nell'incidente era rimasto ucciso un
vecchio Masaai.
Dopo il primo ‘no’ del governo, i Masaai si sono ripresentati con una
proposta a otto zeri: “Visto che volete restitiurci la terra nel 2094,
dateci almeno un compenso di 10 miliardi di shillings” (poco più di 100
milioni di euro). Non per niente i guerrieri vestiti di rosso sono
conosciuti come ottimi businessmen. La cifra è alta, soprattutto per un
Paese poverissimo come il Kenya. Che però, pagando, potrebbe chiudere i
conti con la questione nel modo più semplice. A Laikipia, infatti,
abitano oggi numerosi white farmers, i latifondisti bianchi,
trasferitisi laggiù durante il governo coloniale inglese. I britannici
avevano ottenuto la concessione degli appezzamenti di terra nel 1904,
con la clausola di restituirli. Cacciare i white farmers o trovare
un’altra collocazione per loro potrebbe essere un problema difficile da
sbrogliare, anche perché è probabile che nessuno di loro se ne voglia
andare.
La questione della terra non è nuova nell’Africa sub-sahariana. Dopo la
caduta dei governi coloniali, dalla fine degli anni ’50, sono stati
numerosi i casi di comunità nere che hanno chiesto la restituzione di
campi, appezzamenti e aree da sempre patrimonio dei loro antenati.
Tuttavia in quelle stesse zone le famiglie dei bianchi, avevano avviato
i loro commerci, investito e costruito aziende agricole. Spesso hanno
avuto la meglio. Ma non sempre.
Molti ricorderanno quello che è accaduto solo due anni fa in Zimbabwe,
quando il presidente Robert Mugabe avviò un processo di
re-distribuzione coatta delle terre dei white farmers, cacciandoli con
violenza. E in Namibia, seppure con altri toni, è in corso una disputa
tra i braccianti neri e i latifondisti bianchi. Si attende ancora la
decisione del governo di Sam Nujoma sulla restituzione di grandi
appezzamenti di terra richieste dai sindacati.
In parlamento i Masaai hanno il sostegno di alcuni politici, impegnati
nella battaglia per il risarcimento da ottenersi in cambio delle terre
perdute. La battaglia dei pastori-guerrieri, padroni della regione del
Masaai Mara, temibili per la loro fama di grandi cacciatori di leoni,
potrebbe essere difficile. A meno che non vogliano attendere altri 900
anni.