05/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Si è insediato il nuovo governo iracheno, ma c'è poco da festeggiare
scene di violenza quotidiana in iraqIl 3 maggio 2005, nella Zona Verde di Baghdad, si è tenuta la cerimonia d'insediamento del governo iracheno del Primo Ministro Ibrahim al-Jaafari. Ci sono voluti tre mesi, dal giorno delle elezioni del 30 gennaio scorso, per formarlo. Perchè le divisioni sono molte e complesse: i curdi non vogliono smilitarizzare i peshmerga e chiedono uno stato federalista e laico. Gli sciiti vogliono che il nuovo Iraq rispecchi la la loro maggioranza e lo spirito confessionale che l'ayatollah al-Sistani ritiene base irrinunciabile della legge irachena. I sunniti vogliono evitare di finire schiacciati tra i due blocchi e di pagare il rancore generato nei loro confronti dal regime di Saddam, nel quale erano in effetti parte privilegiata. Tutto questo alla fine ha prodotto un governo dove le cariche sono state distribuite seguendo il principio post-bellico di equa riipartizione del potere già visto in Libano e Bosnia. In questi due paesi ha garantito la calma, ma non la governabilità. I quasi 150 morti degli ultimi giorni in Iraq sottolineano come la festa per il nuovo governo sia, per lo meno, sottotono nonostante le scadenze che aspettano al-Jaafari (nuova e definitiva Costituzione e elezioni generali in un anno) sono incombenti e decisive. Non a caso il primo atto di questa avventura si terrà nella Zona Verde che è blindata oggi come lo era quando c'era Saddam.
 
Ma l'Iraq ha invaso le cronache di questi giorni non solo per la formazione dell'esecutivo al-Jaafari.
La settimana scorsa ci ha consegnato una di quelle sentenze che si scolpiscono nella storia come esempi imperituri d'ingiustizia: tutti i generali degli Stati Uniti d'America responsabili della catena di comando che portava da Washington ad Abu Ghraib sono stati assolti. Il generale Karpinski, che dirigeva il carcere, è stata solo ammonita per negligenza. Hanno pagato solo i soldati autori materiali degli abusi e delle torture del carcere degli orrori, le cosidette 'mele marce'. Nessuno sapeva, nessuno poteva e doveva impedire gli abusi, nessuno chiedeva ai militari di utilizzare le 'maniere forti' per far parlare i detenuti. Ad Abu Ghraib si veniva torturati impunemente prima e si continua a venire torturati impunemente adesso.
 
Un’altra notizia perlomeno inquietante è quella che arriva dagli Stati Uniti. Il caporale dei marines che il 13 novembre fu ripreso da un giornalista della Nbc mentre sparava e uccideva un iracheno ferito in una moschea di Falluja è stato prosciolto in fase istruttoria e non finirà quindi davanti alla corte marziale. L’ufficiale comandante della forza di spedizione dei marines cui apparteneva il caporale, del quale non viene rivelato il nome, ha deciso, dopo avere esaminato i fatti, che il comportamento del militare è stato “compatibile che le regole d’ingaggio previste e con la legge di un conflitto armato”. La dichiarazione dell’ufficiale comandante è stata diffusa alla base dei marines di Camp Pendleton, in California. In Iraq quindi non si rispettavano le convenzioni internazionali sui diritti dei prigionieri di guerra prima e non lo si fa ancora adesso.
 
Infine il caso Calipari. La commissione congiunta d'inchiesta italo-statunitense ha prodotto quello che il governo Berlusconi e l'amministrazione Bush temevano più di ogni altra cosa: due versioni diametralmente opposte e un reciproco scambio di accduse di negligenza e dilettantismo, nel mezzo quella macchina giapponese sporca di sangue. Il sangue di un funzionario onesto che si è trovato a dover risolvere gli errori di chi ha voluto imbarcarsi in una guerra che, adesso, sembra sempre più sporca. Nessun colpevole, nessuna responsabilità. Come sempre, come con l'omicidio del vescovo Romero e come per tante altre stragi in Sudamerica. C'era Negroponte allora e c'è Negroponte anche adesso. Decisamente c'è poco da festeggiare. 
 
Maso Notarianni 
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Iraq
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