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Kamini ha 10 anni e un’infanzia di povertà alle spalle. L’Aids si è
portato via suo padre e non ha risparmiato la madre, morta poco tempo
dopo. Da allora a Kanini e ai suoi sei fratelli e sorelle non è rimasta
che una baracca in lamiera e una scodella di plastica per chiedere la
carità agli angoli delle strade di Nairobi. Un giorno di qualche
settimana fa, un’ulteriore disgrazia si è abbattuta sulla sua famiglia
di orfani. Dopo il consueto giro del quartiere alla ricerca di qualche
moneta o avanzo di cibo, la piccola è tornata verso casa e non l’ha più
trovata. Un bulldozer ci era passato sopra, riducendola a un cumulo di
lamine accartocciate. Disperata, Kamini si è guardata intorno in cerca
delle abitazioni dei vicini. Attorno a lei e ai suoi fratelli c’era il
vuoto per centinaia di metri quadrati. Un intero sobborgo – poverissimo
ma vivo e animato – era stato cancellato nel giro di poche ore.
Eppure i quartieri di questo mondo oscuro hanno un nome e una
collocazione ben precisa: Korogocho, Kiambiu, Kanuku, Kibera, Marengo,
Kangemi, Huruma, Mukuru. Nomi che a Nairobi significano miseria,
violenza, abbandono, ma che allo stesso tempo rappresentano il cuore
pulsante dell’Africa che si arrangia giorno dopo
giorno. Baracche, catapecchie e tuguri, che si fondono e si
mischiano le une negli altri, sono il risultato dell’arrivo di
generazioni di disperati provenienti dalle aree rurali di tutto il
Kenya.Persone, famiglie, comunità che hanno lasciato capanne e campi
sulle rive dei laghi Turkana e Vittoria, nel deserto di Chalbi o negli
altopiani del sud-est per trovare lavoro e speranza a Nairobi, la
grande metropoli. E per esserne inevitabilmente respinti, come spesso
succede negli agglomerati africani, con l’unica soluzione di
aggrapparsi alle periferie per non soccombere. La necessità di
sopravvivere ha dato vita a un proliferare di piccole attività
commerciali e lavori saltuari e improvvisati: una rete informe che è
alla base di un’economia informale, nascosta e dunque fragile. Basta un
nulla - una votazione in parlamento, una decisione amministrativa o una
retata della polizia - che tutto salta, per rinascere e trasformarsi
tra grandi sforzi.
La decisione di privatizzare i terreni su cui erano state costruite
intere aree abusive avrebbe causato lo smantellamento di migliaia di
baracche. Quasi settecentomila persone sarebbero così rimaste senza
tetto e senza un luogo in cui andare. La baraccopoli nell’occhio del
ciclone era Kibera, la più grande del Kenya. E la prima area ad essere
colpita sarebbe stata quella di Raila, vicino alla ferrovia. E' qui che
viveva Kamini.