06/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Stabilito il percorso dei prossimi due anni contro la malattia
Malato di tubercolosi in Etiopia. Copyright - Who/P. VirotAncora una volta i capi di Stato africani si sono trovati per discutere delle malattie che imperversano nel continente, insieme con esponenti internazionali per la salute e lo sviluppo. Se pochi giorni fa è stata celebrata la Giornata africana contro la malaria (cinque anni dopo l’incontro ad Abuja, in Nigeria, quando i governanti di 44 stati africani si erano impegnati con programmi precisi contro la malattia), l’argomento dell’incontro, avvenuto in Etiopia il 4 maggio, è stata la tubercolosi: ad Addis Abeba è stato indicato il percorso da seguire nei prossimi due anni (2006-2007), una sorta di Road Map con proposte per contrastarne la diffusione. “Mai come ora, i capi di governo africani si sono impegnati a favore dello sviluppo nel campo della salute, in particolare nei confronti della triade Hiv/Aids, tubercolosi e malaria” ha commentato  Luis Gomes Sambo, Direttore regionale per l’Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Distribuzione di farmaci per la tubercolosi in Etiopia. Copyright - Who/P. Virot Aumentata in Africa. La tubercolosi è argomento degli Obiettivi di sviluppo del millennio: entro il 2010 si vuole dimezzare il carico di morte e sofferenza che porta con sé e ridurre le nuove infezioni. L’Africa rappresenta il territorio dove concentrare i maggiori sforzi: “Il raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo del millennio per la tubercolosi è possibile in molte parti del mondo con l’eccezione del continente africano, dove l’epidemia di Hiv e le scarse prestazioni da parte dei sistemi sanitari impediscono i miglioramenti” si legge nella parte iniziale del documento di proposta della Road Map. L’Africa presenta infatti il maggior numero di infezioni:  dei 15 Paesi nel mondo i cui la tubercolosi è più diffusa, 13 sono in Africa, quasi due milioni e mezzo dei suoi abitanti si ammalano ogni anno e 540 mila muoiono. In questi ultimi anni non solo non si è riusciti a controllarla, c'è stato addirittura un aumento della diffusione della tubercolosi intorno al 3-4 per cento ogni anno. In questo insuccesso ha giocato un ruolo il virus dell’Aids: la riduzione delle difese immunitarie da Hiv apre le porte alla malattia, perché l’organismo non è più in grado contrastare il micobatterio tubercolare. Dal 1990 il numero di nuovi casi di tubercolosi è triplicato nei 21 paesi africani con i livelli più alti di sieropositività per Hiv: “Il carico che tubercolosi e tubercolosi-Hiv pongono ai Paesi africani è enorme, e abbiamo bisogno di enormi risorse in termini di fondi, farmaci e assistenza tecnica per gestirlo in modo efficace. Ma è ugualmente vitale che i governi si impegnino a convertire queste risorse in un trattamento contro la tubercolosi efficace per i milioni di cittadini africani che ne hanno bisogno” afferma Francis Omaswa, Direttore generale della salute in Uganda e membro del gruppo Stop TB.

Preparazione di farmaci per la tubercolosi in Etiopia. Copyright - Who/P. Virot I punti della Road Map. Per raggiungere tutto ciò, la Road Map chiede una collaborazione africana per fermare la tubercolosi (African Stop TB Partnership), per mantenere la malattia nelle priorità dell’Unione africana e del NEPAD (The New Partnership for Africa’s Development, nuova unione per lo sviluppo dell’Africa) e rinforzare i sistemi sanitari locali. Non bastano infatti i soldi e i farmaci, è necessario sostenere la rete di sanitari che operano sul campo: nell’Africa Sub Sahariana, che da sola conta due degli otto milioni di nuove infezioni nel mondo ogni anno e che nel 2003 aveva la diffusione maggiore della malattia, c’è un solo operatore sanitario ogni mille persone, a fronte di una media globale di uno ogni quattro. Altri elementi richiesti dalla Road Map sono: migliorare rapidamente la qualità sia della diagnosi sia della terapia; permettere alle persone con Hiv di essere controllate, e nel caso di tubercolosi, curate, e ai pazienti con Hiv e tubercolosi di essere fra i candidati per le terapie antiretrovirali; coinvolgere Organizzazioni non governative, privati  e comunità, in modo da allargare l’accesso alla diagnosi e al trattamento; portare avanti campagne di comunicazione, perché la tubercolosi non sia vissuta come marchio negativo e sia conosciuta da tutti la possibilità di cura, che salva la vita e può bloccare l’epidemia. Questo il percorso indicato: ora sarà da seguire, nei prossimi due anni.

 

Valeria Confalonieri

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