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Ancora una volta i capi di Stato africani si sono trovati per discutere
delle malattie che imperversano nel continente, insieme con esponenti
internazionali per la salute e lo sviluppo. Se pochi giorni fa è stata
celebrata la Giornata africana contro la malaria (cinque anni dopo
l’incontro ad Abuja, in Nigeria, quando i governanti di 44 stati africani si erano
impegnati con programmi precisi contro la malattia), l’argomento
dell’incontro, avvenuto in Etiopia il 4 maggio, è stata la tubercolosi:
ad Addis Abeba è stato indicato il percorso da seguire nei prossimi due
anni (2006-2007), una sorta di Road Map con proposte per contrastarne la
diffusione. “Mai come ora, i capi di governo africani si sono impegnati
a favore dello sviluppo nel campo della salute, in particolare nei
confronti della triade Hiv/Aids, tubercolosi e malaria” ha
commentato Luis Gomes Sambo, Direttore regionale per l’Africa
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Aumentata in Africa. La tubercolosi è argomento degli Obiettivi di
sviluppo del millennio: entro il 2010 si vuole dimezzare il carico di
morte e sofferenza che porta con sé e ridurre le nuove infezioni.
L’Africa rappresenta il territorio dove concentrare i maggiori sforzi:
“Il raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo del millennio
per la tubercolosi è possibile in molte parti del mondo con
l’eccezione del continente africano, dove l’epidemia di Hiv e le scarse
prestazioni da parte dei sistemi sanitari impediscono i miglioramenti”
si legge nella parte iniziale del documento di proposta della Road Map.
L’Africa presenta infatti il maggior numero di infezioni: dei 15
Paesi nel mondo i cui la tubercolosi è più diffusa, 13 sono in Africa,
quasi due milioni e mezzo dei suoi abitanti si ammalano ogni anno e 540
mila muoiono. In questi ultimi anni non solo non si è riusciti a
controllarla, c'è stato addirittura un aumento della
diffusione della tubercolosi intorno al 3-4 per cento ogni anno. In
questo insuccesso ha giocato un ruolo il virus dell’Aids: la riduzione
delle difese immunitarie da Hiv apre le porte alla malattia, perché
l’organismo non è più in grado contrastare il micobatterio tubercolare.
Dal 1990 il numero di nuovi casi di tubercolosi è triplicato nei 21
paesi africani con i livelli più alti di sieropositività per Hiv: “Il
carico che tubercolosi e tubercolosi-Hiv pongono ai Paesi africani è
enorme, e abbiamo bisogno di enormi risorse in termini di fondi,
farmaci e assistenza tecnica per gestirlo in modo efficace. Ma è
ugualmente vitale che i governi si impegnino a convertire queste
risorse in un trattamento contro la tubercolosi efficace per i milioni
di cittadini africani che ne hanno bisogno” afferma Francis Omaswa,
Direttore generale della salute in Uganda e membro del gruppo Stop TB.
I punti della Road Map. Per raggiungere tutto ciò, la Road Map chiede una collaborazione africana per
fermare la tubercolosi
(African Stop TB Partnership), per mantenere la malattia nelle priorità
dell’Unione africana e del NEPAD
(The New Partnership for Africa’s Development, nuova unione per lo
sviluppo
dell’Africa) e rinforzare i
sistemi sanitari locali. Non bastano infatti i soldi e i farmaci, è
necessario sostenere la rete di sanitari che operano sul campo:
nell’Africa Sub Sahariana, che da sola conta due degli otto milioni di
nuove infezioni nel mondo ogni anno e che nel 2003 aveva la diffusione
maggiore della malattia, c’è un solo operatore sanitario ogni mille
persone, a fronte di una media globale di uno ogni quattro. Altri
elementi richiesti dalla Road Map sono: migliorare rapidamente la
qualità sia della diagnosi sia della
terapia; permettere alle persone con Hiv di essere controllate, e nel
caso di tubercolosi, curate, e ai pazienti con Hiv e
tubercolosi di essere fra i candidati per le terapie antiretrovirali;
coinvolgere Organizzazioni non governative, privati e comunità,
in modo da allargare l’accesso alla diagnosi e al trattamento; portare
avanti campagne di comunicazione, perché la tubercolosi non sia vissuta
come marchio negativo e sia conosciuta da tutti la possibilità di cura,
che salva la vita e può bloccare l’epidemia. Questo il percorso
indicato: ora sarà da seguire, nei prossimi due anni.
Valeria Confalonieri