01/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



"La criminalizzazione danneggia soltanto chi ne fa uso". ╚ questo il clou del dibattito tenutosi nella Segunda Conferencia Latinoamericana sulle politiche della droga di RÝo de Janeiro negli utlimi giorni di agosto

Nuovo appello alla depenalizzazione in materia di droga: "La criminalizzazione danneggia soltanto chi ne fa u so". È questo il clou del dibattito tenutosi nella Segunda Conferencia Latinoamericana sulle politiche della droga di Río de Janeiro svoltasi negli utlimi giorni di agosto. Organizzata dall'Associazione Intercambios, argentina, e dalla brasiliana Psicotropicus, due Ong impegnate per promuovere un cambiamento nella politica mondiale contro gli stupefacenti, la conferenza ha affrontato, fra altri spunti, il tema determinante della depenalizzazione del possesso e del consumo.

"La criminalizzazione allontana i tossicodipendenti dai servizi di salute per il timore di subire discriminazioni o di essere consegnati alla polizia", ha esordito il direttore di Psicotropicus, Luiz Paulo Guanabara. Un concetto che è emerso nella maggioranza degli interventi dei tanti partecipanti all'incontro, sostenuto dall'Organizzazione panamericana di salute e con la partecipazione del rappresentante locale dell'Ufficio contro droga e delinquenza dell'Onu, Bo Mathiesen. "L'unica risposta sono politiche sociali di salute e inclusione" ha precisato riassumendo il concetto l'argentina Graciela Touzé, presidente di Intercambios, che ha quindi fatto riferimento al caso del suo paese, dove un anno fa la Corte suprema di giustizia ha dichiarato incostituzionale punire il possesso di droga per uso personale, in quanto contravviene con l'articolo della Costituzione che protegge il diritto a privacy e intimità. Si è trattato di un precedente importante, questo, a partire dal quale è auspicabile che il Parlamento di Buenos Aires modifichi la legge anti-droga vigente da venti anni. E la riforma, per Touzé, è assolutamente necessaria vista l'evidente inefficacia di una norma "incentrata sulla persecuzione dei consumatori", anello più debole di una lunghissima catena. "Si tratta principalmente di un problema di salute pubblica e dovrebbe prevalere il rispetto per i diritti umani", ha sottolineato instancabilmente Intercambios: "Siamo a favore di una modifica delle politiche punitive e persecutorie. Crediamo che la repressione non sia la risposta a una problema sociale com'è quello della droga".

Il deputato brasiliano dello stato di Rio, Carlos Minc, ex ministro dell'Ambiente del governo Lula, ha puntato il dito contro le medesime posizioni. Partendo dal fatto che la cosiddetta "guerra contro gli stupefacenti è persa", al Brasile, secondo Minc, non resta che rivedere la legislazione che fra l'altro considera un trafficante anche chi offre droga senza scopo di lucro. Grazie a questa norma, "chi partecipa a un giro di canna con gli amici può essere arrestato come trafficante", ha precisato Minc, aggiungendo: "La penalizzazione non fa che contribuire a sovraffollare le carceri".

"Criminalizzazione e repressione i cui effetti emergono in tutta la loro tragicità nel massacro dei 72 migranti latinoamericani avvenuto la settimana scorsa in Messico, per mano delle spietate bande di narcos", ha quindi sottolineato Jorge Hernández Tinajero, presidente del Colectivo por una Política Integral hacia las Drogas. Un esperto che ha criticato il disequilibrio fra politiche sanitarie e sicurezza. "Più del novanta percento delle risorse in Messico vengono investite nella lotta contro il narcotraffico, ossia in forze di polizia e interventi militari, e meno del dieci percento è impiegato in politiche di prevenzione, nell'educazione o nell'intrattenimento", ha precisato Tinajero. Il segretario nazionale della Giustizia brasiliana, Pedro Vieira Abramovay, ha invece voluto sottolineare l'importanza di un dibattito "senza pregiudizi" per cominciare a cambiare questi concetti. Ritenendo prematuro parlare di depenalizzazione in Brasile, ha comunque sostenuto la necessità di un cambiamento affinché si arrivi a trattare il trafficante come un criminale e il tossico come un ammalato. E affinché si giunga a fare distinzioni forti nei metodi di reazione fra droghe leggere, come la marihuana, e il resto, le droghe pesanti, che uccidono.

E a dimostrare come una politica non repressiva abbia successo sono i fatti esposti dal rappresentante dell'Istituo di droga e tossicodipendenza del Portogallo, Manuel Cardoso. Nel suo paese da tempo una legge ha depenalizzato il consumo personale di ogni tipo di stupefacente, con il risultato che non solo è diminuito il consumo fra i più giovani, ma è anche cambiato il modo di lottare contro il narcotraffico: prima si puntava al pesce piccolo e al consumatore, ora, invece, si punta a perseguire i grandi traffici internazionali.

Stella Spinelli

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