stampa
invia
"Il regime iraniano sta manipolando gli atti giuidiziari relativi al processo di mia madre per poter simulare la legittimità della sua condanna a morte".
Così si è espresso Sajjad Baqerzadeh, il figlio di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata alla pena capitale il cui caso è diventato l'ennesimo simbolo della brutalità e della cecità della teocrazia iraniana. La pena è stata sospesa ma per la sua liberazione si sono mobilitate l'opinione pubblica internazionale e molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani.
Baqerzadeh, in una lettera a Roozonline, accusa le autorità di Teheran di aver estorto una falsa confessione alla madre, rinchiusa nel carcere di Tabriz da quattro anni e sempre proclamatasi innocente, fino a quando non ha confessato "spontaneamente" il reato nel corso di una trasmissione televisiva.
Il figlio ha continuato dicendo che gli atti giudiziari che riguardano sua madre sono misteriosamente spariti. Il timore è che possano riapparire dopo essere stati opportunamente "corretti".
Baqerzadeh ha poi aggiunto che a lui e ai suoi familiari non è stato concesso di vedere la donna, probabilmente "perché - sostiene il figlio - non vedessimo i segni delle torture".
Il giovane poi ha accusato Teheran di aver intimidito anche l'avvocato che seguiva il caso di sua madre, Sutan Kian, il quale da parte sua aveva denunciato tutte le irregolarità del processo. "Sono veramente dispiaciuto di essere nato nella Repubblica Islamica", ha detto il ragazzo che ha poi concluso con un tristissimo augurio: «Spero a questo punto che la morte mi colga, perché questa non è vita".