I Saharawi aspettano da trent’anni l’indipendenza.
Si rischia una nuova Palestina

“Sembra sempre più evidente che non ci siano margini di trattativa tra il governo
del Marocco e quello dell’Algeria per l’accettazione del piano di pace presentato
dalle Nazioni Unite nel 1997. La tensione militare del conflitto, ormai, non desta
particolari preoccupazioni. Da tempo non si verificano scontri armati e, alla
luce della necessaria riduzione dei costi delle missioni di pace, sarebbe utile
un ridimensionamento pari al 30 per cento degli effettivi della missione
MINURSO".
Questo il sostanziale contenuto del rapporto che Kofi Annan, segretario generale
delle
Nazioni Unite, ha presentato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 15 ottobre 2004 riguardo
alla questione del Sahara Occidentale. Un documento che da un lato ridimensiona
la tensione militare del conflitto e dall’altro sottolinea l’assoluta mancanza
di volontà della diplomazia di porvi rimedio.
Era il 1975 quando la Spagna, a causa dei problemi interni per l’approssimarsi
della fine del regime di Francisco Franco, decide di disimpegnarsi dalla ricca
(di fosfati e forse di petrolio) colonia del Sahara Occidentale. Con un accordo
segreto s’impegnava a non opporsi all’annessione di questo territorio da parte
del Marocco, che da sempre rivendicava quelle terre come storicamente sue.
Le truppe marocchine occupano la terra dei Saharawi, la popolazione che vive
in Sahara Occidentale. I Saharawi organizzano la loro resistenza attorno alla
formazione politico-militare nota come Fronte Polisario. Comincia una guerra lunga
e sanguinosa, con l’Algeria che, in contrasto con la monarchia marocchina, appoggia
la lotta dei Saharawi e ospita i profughi del Sahara Occidentale in campi nei
pressi della cittadina di Tindouf, nell’Algeria meridionale.
Una accordo di pace mediato dalle Nazioni Unite nel 1991 congela la situazione:
il Marocco occupa esattamente metà del Paese e il Fronte Polisario ne controlla
l’altra metà. Nel mezzo l’esercito marocchino costruisce un muro, minato ed elettrificato.
Nella zona smilitarizzata, le Nazioni Unite posizionano gli osservatori della
MINURSO.

James Baker III, inviato speciale di Kofi Annan per la questione Saharawi, nel
1997 propone un piano di pace che prevede un’indipendenza immediata per la regione
e un regime transitorio di cinque anni al termine del quale la popolazione dell’area
potrà autodeterminare il proprio destino. Il Fronte Polisario accetta, il Marocco
no, o perlomeno cerca di alterare ogni volta l’esito del referendum con migrazioni
massiccie di popolazione marocchina nei territori occupati.
Territori occupati. Sembra strano usare questo termine non riferendosi al conflitto
israelo-palestinese. Lo stesso dicasi per il muro che i marocchini hanno eretto
nel deserto. Come non pensare alla recinzione che l’esercito israeliano erige
attorno e dentro a quello che dovrebbe essere il futuro stato palestinese?
Sembra che le similitudini non finiscano qui. Il mese di settembre per il popolo
Saharawi è il ‘mese dell’Intifada’. Proprio così, come la lotta popolare che caratterizzò
la resistenza palestinese armata di mezzi di fortuna contro i tank dell’esercito
israeliano prima degli accordi di Oslo. Dal settembre del 2000, quando Sharon
passeggiò sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, è cominciata quella che
viene per questo chiamata la Seconda Intifada.
I Saharawi hanno eletto da tempo la causa palestinese a simbolo della loro e,
anche nella bandiera della RASD (l’autoproclamata Repubblica araba Saharawi democratica), i riferimenti alla
Palestina sono tanti. Settembre è stato dichiarato mese dell’Intifada per due
ricorrenze: nel 1992 la polizia marocchina ha represso nel sangue una manifestazione
per i diritti dei Saharawi e lo stesso è capitato nel 1999. Morti, feriti e arresti
di massa. Sempre a settembre.
Quest’anno ci sono state manifestazioni a El Aaiun, a S’mara e a Assa, cittadine
dove il malcontento della gente del Sahara Occidentale e sembrato crescere sempre
più. Per fortuna nessun episodio di violenza, ma l’esercito marocchino aveva militarizzato
le piazze. Più che altro preoccupa una certa insofferenza per gli ennesimi ritardi
del piano di pace che aumenta sempre più tra la popolazione, i cui slogan inneggianti
all’Intifada sono aumentati.
Una sostanziale differenza tra la lotta dei miliziani palestinesi e quella dei
Saharawi sta nella scelta dei metodi. La Seconda Intifada palestinese è stata
caratterizzata da un’impressionante crescendo del livello dello scontro. La resistenza
palestinese si è dotata di armi pesanti e di armi agghiaccianti: dai razzi Qassam
agli attentatori suicidi. La reazione dell’esercito israeliano ha perso da tempo
il senso della misura nelle rappresaglie. Il triste bilancio di tutto questo sono
i più di 4 mila morti in quattro anni.

La popolazione saharawi invece non ha mai accettato l’idea della lotta con le
bombe. Una volta proclamato il cessate il fuoco dalle Nazioni Unite si sono fidati
dei mediatori occidentali, hanno creduto nel processo di pace. Nei territori occupati
dai marocchini continuano gli arresti arbitrari e il regime di polizia, ma i Saharawi
hanno deciso di affidarsi alla diplomazia internazionale.
Un atteggiamento che andrebbe premiato? Non è così. Nel giugno del 2004 James
Baker III si è dimesso, lasciando il posto ad Alvaro de Soto che, nella migliore
delle ipotesi, impiegherà dei mesi per riallacciare i fili diplomatici intessuti
dal suo predecessore. Ora Annan comunica che la MINURSO (che dovrebbe terminare il suo mandato ad aprile ndel 2005) rientra in quelle
missioni di cui vanno tagliati i costi. Pochi giorni dopo il rapporto di Annan,
in una commissione delle Nazioni Unite, si è votato per il rinnovo della proposta
Baker al governo del Marocco. Risultato: 52 voti favorevoli, ma ben 89 astenuti.
E non sono astenuti qualunque. Tra questi tutti i Paesi dell’Unione Europea presenti
in Commissione.
Un delusione via l’altra insomma. Nei campi profughi saharawi capita di sentire
qualcuno tra i più giovani lamentarsi e sottolineare che “se il muro viene costruito
in Palestina ne parlano tutti. Del muro dei marocchini non parla nessuno. Cosa
dobbiamo fare per essere ascoltati? Farci esplodere?”
Il rischio che si corre è proprio questo. Ritenere eterna la scelta non violenta
dei saharawi, continuare a relegare in secondo piano le aspirazioni di questa
gente che da trent’ anni vive in un accampamento nel deserto. Per poi magari ritrovarsi
sconvolti di fronte ad un attentato. Il precedente c’è. Nessun palestinese si
faceva esplodere quando il processo di pace sembrava realizzato. Decisamente un
precedente da non seguire