11/08/2004
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In un carcere del Sudafrica dell'apartheid lo sport era un modo per resistere
Con l’apertura dei giochi di Atene, in un luogo lontano, quasi
dall’altra parte del mondo, un pugno di uomini ricorda altre Olimpiadi.
Sono i prigionieri dell’isola di Robben, un minuscolo pezzo di terra
circondato dal mare a circa 12 chilometri da Città del Capo, in
Sudafrica. Qui, per 400 anni, ha funzionato uno dei carceri più brutali
del pianeta.
Nel gennaio del 1652, Jan van Riebeeck costruì il primo insediamento
europeo in Sudafrica, nell’area che oggi è diventata Città del Capo.
L’uomo curava gli interessi della Dutch East India Company, una società
olandese di commercio tra l’est e il vecchio
continente. Nel 1657 van Riebeek decise di insediare nell'isola una
colonia penale. Da allora e per secoli il luogo fu considerato il posto
migliore per eliminare gli indesiderabili.
Il penitenziario, oggi museo, prima della sconfitta dell’apartheid ha
ospitato i più importanti leader neri del Paese. Da Nelson Mandela a
Neville Alexander, Michael Dingake, Jeff Masemola, Indres Naidoo,
Mosioua Lekota.
Le condizioni di vita a Robben erano drammatiche e i detenuti cercavano
in ogni modo di difendersi dal pericolo di finire stritolati
nell’ingranaggio repressivo messo a punto dal governo di Pretoria.
Decisero di organizzare dei giochi interni. Dal 1960 e fino alla sua
caduta, nel 1991, il regime dell’apartheid era stato bandito dai giochi
olimpici e gareggiare dava ai forzati di Robben l’impressione di
opporsi alla politica del governo dei bianchi razzisti. Per loro era un
piccolo trionfo.
“La nostra più che una fiaccola sembrava una specie di molotov – dice
Tokyo Sexwale, uno dei partecipanti – era un contenitore di vetro
riempito di olio combustibile. Noi, però, cercavamo di fare le cose nel
modo più serio possibile”.
La collocazione nell’altro emisfero del Sudafrica imponeva ai detenuti
di organizzare l'Olimpiade a dicembre, quando in quella parte
del mondo è estate.
Sexwale continua: “Ad agosto cominciavamo a preparare la competizione.
Selezionavamo il tedoforo, le squadre, gli arbitri. Cominciavamo anche
a preparare le strutture per le gare. Con dei pneumatici e vernice di
contrabbando delimitavamo le piste e decoravamo il nostro ‘stadio’. Le
partite di calcio e rugby si svolgevano per tutto l’anno, ma i punteggi
erano validi per le finali di dicembre”.
I dirigenti del penitenziario tenevano i galeotti separati e per questo
i diversi blocchi erano rigidamente divisi. All'inizio le squadre
avevano un’origine partitica, c’erano quella dell’African National
Congress (Anp), del Pan African Congress (Pan), altre. Formare le
compagini era molto complicato, perchè non era permesso utilizzare
nella stessa formazione persone di diverse sezioni del bagno penale.
John Nikosi, un altro detenuto, ricorda: “Il tifo e il legame con le
forze politiche a volte creavano tensioni, mentre il nostro scopo era
quello di abbassarle. Negli anni sessanta la direzione teneva i
politici in isolamento, perché temeva potessero sensibilizzare i comuni
alla causa della libertà. Le condizioni di vita erano drammatiche. Poi,
negli anni settanta qualcosa cambiò. Alcuni di noi furono liberati e
raccontarono tutto ai giornali. La Croce Rossa e alcuni giudici
visitarono l’isola e le cose migliorarono. Ci permisero di mettere in
contatto le diverse sezioni del carcere e questo consentì una vera
propria organizzazione dele nostre Olimpiadi”.
Dieci anni di contestazioni per lo sport e la conquista di una qualche libertà
di movimento permisero grandi cambiamenti.
Sexwale continua coi suoi ricordi: “Ci punivano, eravamo perseguitati
quando qualcuno era sorpreso in una partita di scacchi. Per ottenere
ogni singola concessione dovevamo combattere, subivamo aggressioni,
eravamo picchiati, insultati. Non fu facile”.
In una testimonianza conservata nel museo che oggi sull’isola difende
la memoria di quegli anni, Steve Tshwete dice: “Costituimmo la
Federazione del Rugby e quella di Atletica dilettantistica dell’Isola
di Robben. Poi formammo la Commissione disciplinare, l’Associazione
degli arbitri, il Comitato di selezione per gli atleti, scrivemmo i
regolamenti per le diverse discipline”. Lui, dopo la caduta
dell’apartheid, fu il primo ministro dello sport del nuovo Sudafrica.
Arrivarono un po’ di soldi dalla Chiesa o da organizzazioni umanitarie
e le Olimpiadi di Robben presero forma. Le discipline erano quelle
classiche: i 100 o 200 metri piani, il tennis, la pallavolo, il
pugilato, il ping pong. A queste, però, erano state aggiunte
competizioni meno tradizionali: la corsa dei sacchi, quella con un uovo
tenuto in bilico in un cucchiaio stretto tra i denti, gli scacchi, il
domino, il Monopoli e la vera specialità del posto, i 23 giri del
carcere.
Tshwete sosteneva “che lo sport ebbe la capacità di riunire le persone
e una volta disciplinato rese possibile anche un miglior dibattito tra
i diversi gruppi politici del movimento anti-apartheid. Noi eravamo
coinvolti, volevamo migliorare la preparazione delle nostre squadre,
cercavamo risultati più soddisfacenti, giorno dopo giorno. Le Olimpiadi
della prigione ci permettevano di stare meglio non solo nel fisico, ma
anche nella mente. Potevamo non pensare solo alla nostra condizione di
forzati”.
Roberto Bàrbera