04/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Torna l’incubo della guerra a Bukavu, nelle regioni orientali del Paese
Soldato a Bukavu“Gli scontri sono terminati, ma la tensione qui a Bukavu è ancora altissima. La gente, terrorizzata, si è barricata in casa. Le serrande dei negozi sono abbassate. Sedi, abitazioni e botteghe in diverse parti della città vengono saccheggiate in continuazione. Le strade sono ancora molto insicure”.

Lucia Alberghini, responsabile dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) a Bukavu è tesa e allarmata. L’incubo della guerra è ripiombato sulla città al confine con il Ruanda, dove in queste ore vige lo stato di allerta.

Secondo le ultime notizie, Bukavu è caduta in mano ai soldati disertori dell’esercito congolese che, guidati dal generale Laurent Nkunda e dal colonnello Jules Mutebusi, l’hanno messa a ferro e fuoco, fino a occuparla militarmente. Gli scontri, cominciati la settimana scorsa hanno causato sinora 43 morti e 107 feriti. Ma il bilancio è destinato ad aumentare.

Il generale Nkunda e il colonnello Mutebusi sono i due personaggi chiave di questa nuova crisi nella zona. Ora rischiano di crollare i già fragili accordi di pace raggiunti l’anno scorso tra il governo di transizione presieduto da Joseph Kabila e i ribelli della Rcd, all'epoca guidati dagli stessi due militari prima di entrare a far parte dell’esercito governativo. Dietro al voltafaccia ci sono dinamiche politiche legate a questioni razziali. Entrambi Nkunda e Mutebusi appartengono infatti alla popolazione banyamulenge (un sottogruppo delle genti tutsi che abitano le zone al confine tra la RDC e il Ruanda), che secondo le loro dichiarazioni sarebbe vittima di continui attacchi e saccheggi da parte delle milizie congolesi. Questo avrebbe generato una serie di tensioni e attriti all’interno dei reparti dell’esercito governativo dislocato nelle regioni orientali del paese. Da qui è nata la frattura che si è concretizzata con lo scontro a fuoco negli ultimi giorni fra militari fedeli al governo e disertori.

I militari insorti, che a quanto sembra non hanno intenzione di formare un nuovo gruppo ribelle, chiedono che il governo della capitale Kinshasa nomini un nuovo governatore nella travagliata regione di Kivu, dove dal 1999 sono dislocate le truppe della Monuc, la missione Onu nella Repubblica Democratica del Congo.

E proprio la Monuc è stata la prima a subire le conseguenze dello scossone politico generato dai disordini di Bukavu. I caschi blu dell’Onu sono diventati bersaglio degli attacchi della popolazione in diverse località del Paese. A loro è imputata l’incapacità di tenere la situazione sotto controllo, nonostante la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu preveda che la missione sia regolata dal capitolo sette del trattato, quello che consente l’utilizzo delle armi in casi di emergenza. Ieri, nella capitale, dove una folla inferocita ha assaltato la sede della Monuc, i peacekeepers hanno aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone due e ferendone uno. ”Stavano attaccando i nostri quartieri generali e le nostre proprietà - rivela il maliano Ahmadou Tourè, portavoce della Monuc a Kinshasa - . I nostri soldati sono stati costretti ad aprire il fuoco sui facinorosi. Stavano protestando per gli avvenimenti di Bukavu, ritenendoci responsabili della mancanza di sicurezza laggiù. Ma la nostra è una missione di peacekeeping. Nonostante il mandato ci autorizzi ad aprire il fuoco, dobbiamo ricordarci che quello dev'essere l’ultimo rimedio”.

“La Monuc ha poche risorse, pochi mezzi e pochi uomini per far fronte a questa violenza”, spiega Lucia Alberghini da Bukavu. “Non può essere dappertutto. Al momento oltre 2000 persone hanno attraversato il confine con il Ruanda e si sono rifugiati nella città di Cyangugu. Oltretutto, 700 sfollati si sono nascosti dentro ai quartieri della Monuc, che è assolutamente incapace di accoglierli tutti. Ora stiamo trattando con alcuni missionari gesuiti affinché ci concedano un terreno dove poterli ospitare. La situazione umanitaria è ancora grave. La Croce Rossa e le varie agenzie Onu e stanno cercando di creare un supporto logistico”.

La presa di Bukavu rischia di trasformarsi in un caso politico. Da Kinshasa, in un messaggio alla tv nazionale, il presidente Joseph Kabila ha lanciato pesanti accuse contro il vicino Ruanda, sospettato di aver fornito appoggio a Nkunda e Mutebusi, con i quali già in passato aveva avuto dei legami. “Si tratta di un chiaro attacco al nostro paese da parte delle truppe ruandesi”, ha dichiarato Kabila, che ha lanciato un appello alla popolazione affinché difenda la propria nazione.

Dalla capitale ruandese Kigali è subito arrivata la replica del ministro degli Affari Esteri, Charles Murigande: “Siamo scioccati dalle dichiarazioni prive di fondamento di Kabila”.

Lo scambio di accuse tra Kinshasa e Kigali aggiunge benzina su un fuoco che minaccia la giovane pace congolese, rischiando di trasformare le violenze di Bukavu in una crisi diplomatica tra i due paesi, che nel 2003 avevano concordato la fine delle ostilità nelle regioni orientali della RDC. I morti dei giorni scorsi non fanno che confermare quanto siano fragili gli equilibri interni nel Paese, che molti speravano avviato verso una solida pacificazione. Ma soprattutto svelano ancora l’incapacità delle missioni Onu di gestire situazioni di conflitto nella regione, a pochi chilometri dalla quale, 10 anni fa, furono testimoni immobili di un genocidio.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Rep. Dem. Congo