16/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ennesimo scandalo di sfruttamento sessuale dei soldati Onu nei confronti di ragazze profughe
Monuc a BuniaL’incubo dello sfruttamento sessuale torna ad abbattersi sulle missioni internazionali di peacekeeping in Africa: un contingente di caschi blu della Monuc, dispiegato nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo è finito nell’occhio del ciclone in seguito alle rivelazioni di alcune ragazzine di un campo di sfollati nei pressi di Bunia.

I racconti si assomigliano e tutti sembrano avere un minimo comune denominatore: sex for food, sesso in cambio di cibo. Rapporti consumati nella notte, nascosti tra i platani e la fitta vegetazione congolese. Ma in grado di far tremare la credibilità di un grattacielo di vetro nel cuore di New York.

Dal 1999, la regione orientale dell’Ituri è devastata dal conflitto tra i guerriglieri delle popolazioni Hema e Lendu. Le decine di migliaia di morti provocate da questa guerra e dalle sue conseguenze umanitarie, hanno indotto le Nazioni Unite a lanciare la missione Monuc nella zona, nel luglio dello scorso anno. I caschi blu sono stati mandati a Bunia e nei villaggi circostanti sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, quello che dà loro la possibilità - in casi di estrema emergenza - di aprire il fuoco sui miliziani ribelli.

Monuc a Bunia I continui massacri di cui è stata vittima una popolazione stremata dalle violenze hanno portato alla creazione di campi per profughi e sfollati a cui non era rimasto più nulla. Migliaia di donne vi sono accorse sperando di sfuggire agli stupri e alle sevizie. Ma ogni giorno, povertà, miseria e disperazione spingono decine di ragazze e bambine a prostituirsi a chiunque dia loro un frutto, qualche biscotto, un po’ di latte. In questo caso i soldati della Monuc che sorvegliano i campi.

Storie come quella della tredicenne Faela, madre di un bambino di sei mesi figlio di uno stupro, costretta a vendersi ai caschi blu per dargli da mangiare è la più comune, in questo triste mosaico di miseria e perversione che coinvolge le truppe uruguayane e marocchine dislocate nella zona. Come lei, altre trenta ragazze, sfuggite ai miliziani per ritrovarsi nel letto dei peacekeepers hanno raccontato aver scavalcato il selciato che le separa dai dormitori dei soldati per fare qualche “lavoretto”. Ogni servizio veniva ripagato con un dolce, uno snack, una banana.

Da Bunia, il maliano Ahmadou Traorè, portavoce della Monuc nella Repubblica Democratica del Congo, è categorico: “Non possiamo permettere che accadano queste cose tra le nostre truppe. E’ inammissibile. Abbiamo avviato le indagini e stiamo cercando prove che confermino la notizia. Se fosse davvero così e se risalissimo ai colpevoli, adotteremo un sistema di ‘tolleranza zero’. Ma prima cercheremo di capire cosa sia realmente successo”.

“Parliamo di donne che hanno perso tutto e che ora non hanno nulla”, continua dagli uffici della Monuc Dominique McAdams. “Non appena hanno qualcosa tra le mani cercano di rivenderlo, in modo da mettere da parte qualche soldo per quando torneranno a casa”.

Certo, l’inchiesta del quotidiano britannico nel campo sfollati di Bunia getta i riflettori su uno scandalo che già due anni fa gettò fiumi di fango sui caschi blu delle Nazioni Unite in Africa occidentale. Allora, ragazze sierraleonesi, liberiane e guineane denunciarono fatti molto simili. In Liberia, ai soldati della missione Unmil fu imposto addirittura un coprifuoco dopo le 24, in modo da scongiurare incontri ravvicinati tra i soldati e le profughe.

Ora, gli alti funzionari del Palazzo di Vetro devono vedersela con un imprevisto: salvare le ragazze dei campi sfollati dagli stessi peacekeepers che dovrebbero soccorrerle e difenderle.

Pablo Trincia 
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Rep. Dem. Congo