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Tre settimane di stato d'emergenza, migliaia di morti e, secondo le ultime rivelazioni delle Nazioni Unite, 12 milioni di civili che potrebbero morire a causa della carestia provocata dall'inondazione. È questo l'apocalittico bollettino dei danni in Pakistan, afflitto dalla fine di luglio da un'alluvione che gli esperti indicano come il disastro naturale più grave dai tempi dello Tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano che provocò oltre 200 mila morti. Fra le organizzazioni umanitarie presenti in Pakistan c'è Médecin Sans Frontière. PeaceReporter ha contattato Rosa Crestani coordinatrice del pool d'emergenza Msf che nel paese asiatico è presente con le sezioni francese, olandese e belga.
Qual'è la situazione nel Paese dall'inizio del dramma?
La situazione è ancora molto grave ma dipende dalle zone. Nel Nord il livello dell'acqua si sta abbassando molto rapidamente e si stanno iniziando a valutare i danni. Nel Sud, invece, verso Sindh e Punjab una seconda ondata d'acqua è arrivata solo la settimana scorsa per cui la situazione è ancora molto drammatica con decine di migliaia di sfollati. Nel Nord abbiamo occupato parecchie zone con consultazioni, progetti, con la distribuzione di kit, di acqua potabile, di tende. Adesso stiamo cercando di coprire di più il Sud.
Quali sono gli aiuti che in questo momento servono di più?
In generale un po' tutto, ripeto, molto dipende dalle zone: Al Sud per il momento la priorità assoluta è l'acqua potabile, il cibo, l'accesso a ospedali e cliniche e le tende per i campi, dove la gente possa stare in condizioni igieniche e di vita migliori di quelle attuali. Nel nord invece si passa a tutto quello che riguarda l'aiuto alla ricostruzione e al contrasto delle epidemie.
Come si articolano le operazioni di Médecin Sans Frontière?
Attualmente abbiamo più di 90 unità che operano all'interno di uno staff internazionale e lavoriamo con più di 1100 pachistani. Abbiamo cliniche mobili che si muovono continuamente in tutto il Paese e fanno consultazioni per seguire la situazione degli sfollati. Abbiamo aperto centri per la cura di patologie come il colera e la diarrea acuta. Fin'ora abbiamo distribuito 4000 tende, 9000 kit d'igiene alle famiglie, dai 450 ai 500 mila litri d'acqua al giorno grazie ai camion cisterne. Continuiamo a lavorare negli ospedali del Nord dove eravamo già prima dell'inondazione.
Da oggi è attivo un ponte umanitario della Nato che, tra l'altro ha portato 500 tonnellate di aiuti provenienti dalla Repubblica Ceca. Come vi coordinate con questa e altre organizzazioni?
Non ci coordiniamo con le altre organizzazioni. Siamo indipendenti e non abbiamo rapporti con gli altri gruppi. Non chiediamo fondi ai governi e riusciamo a lavorare solo grazie alle donazioni dei privati. In genere quando arriviamo in una zona facciamo un assestement, missione d'esplorazione, per vedere quali sono i problemi, come sono coperti e se sono coperti. Se la zona è servita da altri attori umanitari, dal governo o a altri organismi, per cui gli sfollati ricevono acqua, cibo, medicine e aiuto noi non interveniamo in questa zona. Interveniamo in genere nelle regioni dove i bisogni non sono soddisfatti.
Nelle ultime ore si è riacutizzato l'allarme attentati con l'esplosione di un ordigno alla Jirga nella regione di Kurram (12 morti ndr). La vostra organizzazione ha subito minacce o intimidazioni?
Fino ad ora no. Ma noi siamo in Pakistan dal 1998 e quindi abbiamo una conoscenza molto profonda della situazione politica. Prendiamo molto seriamente tutto quello che è il problema della sicurezza legata al nostro staff tanto quello internazionale che quello locale. Quindi facciamo molta attenzione a collaborare con tutte le autorità sul posto e le comunità locali e questo ci evita di subire minacce dirette.
Ai guai naturali oggi si sono aggiunti quelli militari con il Nord del Paese che è stato oggetto di un attacco dei droni (aerei telecomandati senza pilota) USA che ha provocato la morte di 12 persone fra i quali cinque ribelli.
Antonio Marafioti